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“Non stiamo proponendo una rivoluzione, ma una rivoluzione capace di rendere possibile la rivoluzione”,
Don Durito, Selva Lacandona.

 

Il Ministro dell’Interno Piantedosi ha annunciato in Parlamento la volontà del governo di sgomberare circa 100 spazi sociali occupati in tutta Italia, presentando e ribadendo una lista di luoghi, che era già trapelata all’indomani dello sgombero di Askatasuna. 
Sembra che l’intenzione del governo sia quella di eliminare esperienze di autonomia e resistenza sull’intera penisola, attraversando da Nord a Sud, come in una partita di Risiko in cui piantare bandierine dopo il passaggio dei propri carri armati, tutte quelle città che ospitano luoghi simbolo della possibilità di pensare un’alternativa e una resistenza, praticabile qui ed ora.
Negli Stati Uniti Trump attacca le città santuario, quelle città che storicamente non collaborano con il governo federale nell’inasprimento delle leggi sull’immigrazione, per farlo ha creato una polizia speciale: l’ICE, una forma contemporanea di Slave Patrol, una via di mezzo tra l’IDF, la Gestapo e una milizia presidenziale personale, che ha scagliato contro le metropoli in cui il suo potere non è assoluto:New York, Los Angeles, Chicago o Minneapolis. 
In Italia il governo Meloni porta avanti lo stesso modello: un governo autoritario, di stampo fascista e conservatore, dichiara guerra alle città dove questo modello fatica ad attecchire. Attenzione, non solo le città “in mano ai democratici” subiscono attacchi dal governo centrale, ma tutte quelle città in cui il tessuto sociale non permette che il loro modello si imponga come unico ed egemone. 
Lo sgombero del Leoncavallo segna la fine di un'epoca, e forse di una città  - Lucy
Con l’attacco ai centri sociali vogliono colpire anche la possibilità di contrastare la progressiva virtualizzazione dell’esistenza. Corpi, relazioni e linguaggi, infatti, hanno bisogno di spazi fisici e di una presenza immediata, di luoghi dove poterci incontrare e conoscere fuori dalle logiche dell’algoritmo, dove poter cospirare e pensare senza che una piattaforma decida cosa ci deve interessare. Dove poter vivere ed esprimerci senza essere oggetto di likes, ma liber3. La materialità dei nostri corpi in presenza è l’eccedenza che rompe le bolle e la sorveglianza delle piattaforme, che esiste, crea e comunica senza creare dati o poter essere controllata.
E allora espugnare le città ed i centri socilai diventa in questo momento l’opportunità per silenziare ogni forma e possibilità di dissenso.
In Italia questa storia va in scena il 21 Agosto 2025 con lo sgombero del Leoncavallo a Milano, simbolo dell’alternativa culturale, dei centri sociali — tutti, volenti o nolenti — di questo Paese. Lo abbiamo già detto: i simboli sono importanti, anche quando sono radicati nella memoria più che nel presente, perché hanno il potere di rendere pensabile e praticabile l’alternativa.
Poi, è stata la volta di Askatasuna a Torino: non solo un simbolo, ma lotta viva incarnata nella città di Torino, uno dei più noti centri sociali a livello nazionale, simbolo della lotta NO TAV, portata avanti insieme a tutta la popolazione della Val Susa e non solo. 
Le minacce a Spin Time, le minacce al CPA di Firenzea Officina 99 e agli altri spazi di alternativa culturale in lista, si inseriscono perfettamente in questo solco.

Lo sgombero dell'Askatasuna è un attacco a chiunque lotti contro il governo
Quando diciamo che oggi è fondamentale difendere i centri sociali e gli spazi sociali, intendiamo dire che nessun3 si salva da sol3. Perchè sappiamo che nessun3 basta a se stess3. 
La sfida in gioco oggi non è salvare questo o quel condominio, casa o cortile occupato: non possiamo sperare di trincerarci, ciascuno a modo suo nelle proprie mura o nel proprio quartiere, sperando che passi la tempesta e che la tormenta non ci abbatta.
Non possiamo aspettare che vengano a bussare (o sfondare!) la porta di tutti gli spazi, uno per uno, perché è precisamente quello che vogliono fare. 
Dobbiamo rispolverare pratiche di solidarietà reciproca: toccano una, toccano tutt3. 
Dobbiamo costruire l’alleanza dei corpi: corpi individuali e corpi collettivi; unire bisogni e desideri; corpi che si incontrano in spazi fisici, fatti di tegole e mattoni.
Dobbiamo continuare ad esondare dalle mura, costruire attività e lotte sui territori, ricordandoci che l’attacco alle occupazioni non è solo un attacco ai centri sociali, ma anche un attacco a chi si organizza per contrastrare la povertà, a chi occupa per necessità nell’emergenza abitativa.
Costruiamo insieme l’alleanza, dalla parte giusta della storia.
Il movimento dei centri sociali e degli spazi occupati di alternativa culturale è estremamente eterogeneo, composto da storie, memorie, scelte, tattiche e visioni strategiche molto differenti fra loro, talvolta persino in contrasto. 
Questo lo sappiamo, può essere la nostra debolezza, ma anche la nostra forza. 
La nostra parte non è un solo mondo: è la molteplicità dei mondi, è un pluriverso. 
La nostra scommessa è trasformare la diversità in arma contro il pensiero unico, che vorrebbe ridurre la molteplicità all’unità, la schizofrenia alla norma, la caotica bellezza dei margini allasettica purezza delle razze, dei generi, delle classi sociali, della pacificazione.
Per cui ben venga, allearci, senza temere la discussione, persino il conflitto, che è il sale della Rivoluzione. 
Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio - Comune-info
Per navigare nelle complesse geografie del presente, però, servono strumenti necessari a navigare, quali sono le nostre bussole,le mappe e i binocoli. Come ci insegna Primo Moroni, come ci insegnano l3 operaist3, serve un’inchiesta, serve un’auto-inchiesta, serve una discussione.
Certo, questo non è il momento delle belle parole, delle lunghe analisi o dello studio 
sereno, ma nemmeno possiamo procedere a tentoni senza vedere altro che il nostro naso. 
E allora ben venga lo studio, la discussione, il confronto, la sincerità anche nella tormenta. E no, non tra “addett3 ai lavori” (quali addetti poi? e quale lavoro?), ma a partire dal tessuto sociale delle lotte vive che negli spazi occupati si organizzano. 
Facciamo un’inchiesta non tra di “noi” ma con tutt3 NOI. 
Nel mentre però, partiamo da quello che abbiamo.
Per costruire un dibattito in grado di rinforzarci di fronte alle sfide del presente, vale forse la pena dare un piccolo sguardo al passato per gettare un’ancora tra i vortici accelerati delle catastrofi del presente.
Non è certo la prima volta che i centri sociali riflettono tra loro sul “che fare”.
Semplicemente per restare nella nostra città, una di queste occasioni emerse nel 1998, quando si svolse un’assemblea nazionale chiamata dal Leoncavallo: da lì uscì la “Carta di Milano”, un documento breve, in pochi punti, che proponiamo di rileggere (ancora una volta!), inseme però, alle critiche che vennero mosse: il dibattito, infatti, è matrice di una riflessione lunga quasi 30 anni. 
La Carta di Milano, con il Leoncavallo in testa, già allora diceva: abbiamo bisogno di ottenere il riconoscimento legale, giudiziario, normativo dei nostri centri sociali come beni comuni, perché sono spazi in cui si produce un valore sociale che dobbiamo pretendere venga riconosciuto e tutelato. 
A questa posizione ne corrisponde una conseguente: i centri sociali sono “imprese sociali” in cui la generazione di valore può e deve anche essere economica, attraverso pratiche di auto-reddito. Si tratta di un nodo molto importante, che meriterebbe una riflessione a parte e che, per quanto rappresenti il tentativo di rispondere a domande fondamentali sul nesso tempo-reddito e privilegio-militanza ha mostrato negli anni molti limiti, aprendo talvolta la strada alla corruzione, che il Capitale da sempre utilizza.
Da via Mancinelli a via Watteau, la storia del Leoncavallo per immagini -  Corriere.it
Le posizioni espresse nella Carta, non erano le uniche vive nel panorama milanese e italiano.
Molte le voci diranno: beh, attenzione, il centro sociale è prima di tutto uno strumento di lotta. 
Tra gli altri, il Cox-18 suggerì: i centri sociali non sono qualcosa di definibile. I centri sociali sono indefinibili per definizione, un paradosso. 
Perché? 
Perché non esiste un tipo di persona specifico che frequenta i centri sociali (chi sono “quell3 dei centri sociali”?).
Perché non esiste un unico motivo per cui le persone attraversano i centri sociali, o li costruiscono, li amano e li vivono.
C’è chi lo fa per fare la rivoluzione, chi per incontrarsi, chi vuole sperimentare forme di comunità solidali, chi lo fa per i motivi più disparati
Oggi noi aggiungeremmo: chi si trova oggi in un centro sociale non necessariamente c’era ieri, e non necessariamente ci sarà domani. E meno male. E speriamo che domani altr3 vengano; e ben venga se domani il centro sociale sarà a forma e misura dei bisogni e dei desideri di qualcun altro, che siamo noi ma non necessariamente più, sempre e ancora noi.
Come si può definire l’indefinibile? 

Nel corso dei primi anni Novanta le occupazioni “di seconda generazione” non utilizzavano la parola “centro sociale”: avevano cominciato a chiamarsi laboratori, officine o cantieri, per suggerire l’idea di qualcosa di instabile, in costruzione permanente. In qualche modo, negli anni ’90 e nei primi anni 2000, raccoglievamo la sfida di rifuggire ogni definizione, perché la definizione è normativa.
Ora, le definizioni — ci insegnano le lotte di genere e le lotte decoloniali — sanno essere molto potenti, perché permettono di conoscersi, riconoscersi, allearsi, costruire soggettivazione ribelle.
Le definizioni, però, sono rivoluzionarie solo nella misura in cui sono fluide, mutevoli e aperte al cambiamento; vestiti che possiamo indossare, di cui possiamo spogliarci, che possiamo cucire, ricucire e scucire come vogliamo.
Diventano invece una gabbia, una camicia di forza, quando si impongono come etichette sulle nostre pelli, codici a barre tatuati sul collo; categorie imposte — e persino autoimposte — scolpite nella pietra o scritte nero su bianco su una legge, su un bando, su una risoluzione.
Ecco allora: sfuggire dalla norma è l’essenza stessa del centro sociale. 
Indefinibile, indicibile, non perimetrabile.
E, anche per questo, il centro sociale, secondo noi,  non è un bene comune. 
Attenzione: i beni comuni sono un patrimonio fondamentale da tutelare, per cui battersi. Così come i diritti. L’acqua è un bene comune, la terra è un bene comune, la casa è un diritto, l’istruzione, la vita degna sono diritti.
Possiamo spingerci oltre: i beni comuni non sono solo materiali, ma anche immateriali. Rientra tra questi, ad esempio, il lavoro della cooperazione sociale, che oggi è controllato e sfruttato dal capitale. Anche questo è un bene comune che viene appropriato e limitato.
Un caso evidente è quello della ricerca sulle cure mediche o agronomiche, in cui la sperimentazione sulle cure per le diverse patologie, o sulle varietà più resistenti è monopolizzata da brevetti e industrie farmaceutiche. Se, invece, ricercator3, curander3 e contatin3 di tutto il mondo potessero condividere liberamente le proprie esperienze e sperimentazioni, il confronto tra approcci e risultati aumenterebbe enormemente le possibilità di individuare nuove terapie e possibilità. E se l’accesso a queste cure fosse libero, non potremmo forse considerarle a tutti gli effetti un bene comune?

Riprendiamoci Cox 18, la Calusca e l'archivio Primo Moroni | C.S.O.A. COX18

Ora: il centro sociale, secondo noi, non è un bene comune e non è nemmeno un diritto. 
I beni comuni e i diritti sono qualcosa che ci appartiene, o dovrebbe appartenere a tutta  l’umanità – o meglio – a tutte le persone umane e non umane che popolano questo Pianeta. L’unico motivo per cui non è così, è che essere un bene comune o un diritto non è una proprietà intrinseca, ma sempre e soltanto il risultato parziale e contingente di un rapporto di forza ottenuto nelle lotte e, soprattutto, nelle relazioni.
Se i centri sociali e, per estensione, i luoghi e le forme organizzative delle lotte fossero diritti o beni comuni, in breve non esisterebbero più nè gli uni nè gli altri, perchè rimarremmo senza strumenti per costruirli, conquistarli e difenderli, quando il potere vorrebbe sottrarceli attraverso la privatizzazione e la finanziarizzazione, attraverso le scommesse sui futures del futuro di tutt3.
Il centro sociale, nello specifico, è uno strumento attraverso cui le lotte e le relazioni diventano possibili, all’interno del nesso di produzione capitale-lavoro, per come si è strutturato e ristrutturato nelle città in risposta alle lotte operaie, studentesche e femministe degli anni Settanta, i movimenti autonomi degli anni Ottanta, le moltitudini postfordiste degli anni ’90 e delle generazioni di oggi.
Il centro sociale è una punta di lancia dentro e contro il nesso capitale-lavoro, nella sua espressione metropolitana. E, come una punta di lancia, deve continuare a fare male.
Inoltre, abbiamo un problema tattico: concepire il centro sociale come un “diritto” presume che lo Stato sia ancora, in qualche modo, interessato o orientato a garantire l’orizzonte dei diritti e che lo sarà in tendenza. 
È abbastanza evidente che, in questa fase, il potere è sempre di più nelle mani di poche persone ultraricche, corporation che spadroneggiano e gestiscono le infrastrutture materiali e immateriali della produzione di dati, piattaforme dove la socialità stessa è messa a valore come mai prima, perché è esattamente su quelle interazioni sociali che si producono dati funzionali tanto a governare quanto ad estrarre valore dal sociale, oltre che dalla Terra. 
Questa crisi, o ridefinizione, dello  Stato-Nazione figlio della modernità occidentale, non è un processo nuovo, ma si sta accelerando come mai. Lo Stato in questo contesto assume sempre di più la divisa di poliziotto dell’ordine finanziario globale; tiene a bada territorio per territorio le insorgenze della moltitudine: a volte ci riesce, a volte no. In Nepal ha fallito; in Italia oggi sembra riuscirci; in Iran, forse stavolta non lo farà.
Manifestazione a Milano per il Leoncavallo, a migliaia in piazza in due  cortei tra centri sociali e attivisti
Lo Stato muta al tramonto di quella modernità occidentale legittimata dalla finzione del rispetto dei diritti umani, dei  diritti di cittadinanza, del diritto internazionale, della fantomatica democrazia. 
Siamo sicur3 che sia proprio questo il momento in cui ripartire nel solco della Carta di Milano, nella relazione tattica con chi non funziona più, almeno come lo conoscevamo? 
a ben vedere la scelta non è nostra: la scelta è Loro
In tempi di guerra, così come nelle colonie, non c’è riconoscimento, non c’è relazione, c’e solo la brutalità della violenza, ci insegna Fanon.
La biopolitica foucaltiana della modernità resta appannaggio di chi governa i dati, perché governa la vita, mentre il potere dei Re è il potere della necropolitica, il potere di morte. Il primo sa essere anche creativo, il secondo solo repressivo. 
Se gli Stati oggi hanno ancora un senso è perché sono ancora garanti della proprietà privata
Alle origini della proprietà privata stava il gesto dell’uomo che per primo costruì un recinto intorno a un terreno, raccontava Rousseau.
Oggi, quel recinto rinchiude terre, corpi, vite, tempo, spazi, idee, geografie, temporalità. Ma c’e sempre qualcosa che sfugge dalle sue maglie. David Graeber ci propone le navi pirata (altro che Atene!) come culla della democrazia orizzontale. Clastres ci mostra esempi di società contro lo Stato, che non solo scappano, ma attivamente e consciamente contrastano e prevengono l’insorgere dell’accumulazione della ricchezza e della concentrazione di potere.
Una rivoluzione nella rivoluzione - El Común Zapatista - Global Project
Ma qui ed ora, cosa significa rifiutare la proprietà privata e costruire democrazia partecipata, o meglio, il comune? 
È qui che ancora una volta il dibattito storico ci viene incontro per fondare uno spazio di dialogo; e diverse geografie ci vengono in soccorso per scappare e rifuggire, come la peste, dalle storture del nostro piccolo angolo di mondo.
Allora, ragionando di proprietà, improprietà, non proprietà, Comune con la C maiuscola o comune con la c minuscola, rifiutiamo di attestarci a riflessioni ermeneutiche, epistemologiche, intellettuali, sradicate dalle lotte che costruiamo: non ne abbiamo il tempo, non ne abbiamo le energie.
La proprietà è innanzitutto qualcosa che attesta che qualcuno possiede qualcosa e ne può disporre a suo piacimento.
Tra le cose che può decidere, chi possiede qualcosa, c’e anche quella di concederne l’utilizzo gratuitamente o piu spesso in cambio di qualcosa. 
Al di là dei giochi di parole, a noi non interessa rivendicare in alcun modo la proprietà: né intesa come valore di possesso, né intesa come valore di scambio, né intesa come valore d’uso e, soprattutto, non ci interessa ragionare con un imprenditore del mattone, queste discussioni le lasciamo ai politici di professione.
Lxs zapatistxs utilizzano la parola nonproprietà: per loro la nonproprietà coincide con il comune, e lo spiegano  così: la terra è nonproprietà, perché non è mia, non è tua, non è sua; non è nemmeno nostra, ma del comune che comprende ed eccede me, te, lei, noi, la Terra stessa, los ancestros che ci hanno vissuto prima e chi verrà dopo. Questa non proprietà, che è il comune, è materiale è relazionale, non è attestata in fogli, documenti, pezzi di carta che lo attestano. Non potrebbero. 
“Quindi abbiamo pensato, ricordato com’era prima. […] Da dove viene questa idea del mondo? […] è avvenuto con la proprietà privata. E non si tratta di cambiare nome e dire che è una proprietà ejidale, una piccola proprietà o una proprietà federale. Perché in tutti i casi è il malgoverno a dare le carte…. Ebbene, in sintesi questa è la nostra proposta: Né privata, né ejidale, né comunale, né federale, né statale, né aziendale, né altro. Una non proprietà della terra. Come si dice: “terra senza documenti”. Quindi, in quelle terre che verranno definite, se si chiede chi possiede quelle terre o chi ne è il proprietario, la risposta sarà: “di nessuno”, cioè “comuni”.
Un ulteriore spunto alla discussione lo attingiamo da Toni Negri: costruire il comune oltre il pubblico e il privato. Bene: questo comune oltre il pubblico e oltre il privato che cos’è? Che cos’è se non la capacità di organizzare e riorganizzare le interazioni del general intellect all’interno della metropoli, che è diventata fabbrica prima, e bacino di pesca per dati estratti dalla creatività e dall’intelligenza collettiva, di cui non rimane altro che una melma di materia grigia brainrottata poi?
Che cos’è il comune se non la capacità e la possibilità, di riorganizzare la creatività e le nostre intelligenze generali in maniera autonoma e libera?
Quindi cos’è il comune? È qualcosa che non è mio, non è tuo, ma a cui chiunque può accedere e contribuire. È  qualcosa che è in continua dinamica trasformazione. Se provi a istituzionalizzarlo, lo espropri della sua potenza e della sua dinamicità, lo imbrigli in regole che lo consumano, lo esauriscono, lo privatizzano.

E quindi? Che significherà tutto questo domani
Non lo sappiamo ancora
Proseguire queste riflessioni nel vortice vivo delle lotte significherà sapere se e in che forma quello che oggi conosciamo come centri sociali sarà ancora strumento utile all’altezza del futuro. 
In attesa di rispondere a questa domanda, noi i centri sociali li difendiamo, perchè sono luoghi dove si può provare a coltivare il comune, perché ci hanno fatto incontrare, aggregare e organizzare finora, senza chiedere il permesso per essere liber3.
Giù le mani dagli spazi occupati. 
Lunga vita ai centri sociali.
Qui siamo e qui restiamo. 

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*il dibattito sui centri sociali a cui facciamo riferimento è esito di un’inchiesta che Leoncavallo e Cox18 tra le migliaia di persone che li frequentavano e sfociata poi nei testi “Centri sociali che impresa” e Geografia del desiderio”.