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Capitolo 1
Il mondo è guerra

In tutto il mondo è in corso l’attacco della Reazione.

Il genocidio Palestinese prosegue senza nessuna finzione, bombardamenti israeliani si susseguono ininterrottamente dal cessate il fuoco. Gli Stati Uniti hanno bombardato 8 Paesi nel corso del 2025 (Iran – Yemen – Siria – Iraq – Afghanistan – Somalia – Venezuela – Nigeria) e hanno festeggiato l’inizio del 26 con l’attacco al Venezuela e il rapimento del Presidente Maduro. L’offensiva russa in Ucraina non ha conosciuto una settimana di pausa da febbraio del 2022: 4 lunghissimi anni. I genocidi e le guerre in Sudan e Congo sono solo il volto più trascurato di questo scenario. Il nuovo governo siriano col supporto turco attacca militarmente i quartieri curdi di Aleppo difesi da Ypg e Ypj. In Yemen una guerra civile nasconde una spartizione di potere, porti, corridoi marittimi e alleanza mondiali tra Arabia Saudita e gli Emirati Arabi.

 

Le menzogne sull'ICE e l'omicidio di Renee Nicole Good - SettimanaNews

 

A livello nazionale, gli Stati si configurano come polizia garante della tenuta dell’ordine finanziario mondiale, stringendo progressivamente le maglie di legislazioni repressive sui territori. La guerra aperta che l’ICE, usata da Trump come corpo armato presidenziale, nuova Gestapo o IDF in versione yankees è l’esempio più violento:
Renee Nicole Good e, prima di lei, Silverio Villegas González, sono stat* ammazzati a sangue freddo nel corso delle retate razziste, perchè non-cittadin* o perchè osservator* legali. L’invenzione di supposte organizzazioni “antifa” dagli USA al’Inghilterra, gli arresti pesantissimi ai danni dell’Associazione Palestinesi d’Italia e la repressione dei movimenti sociali seguita all’enorme condata “blocchiamo tutto” suona di vendetta e violenza di Stato.

Faccia di m... fuori dal corteo", cronista Il Giornale insultata dai Pro Pal

 

Nel secondo dopoguerra si era aperta una piccolissima parentesi storica fondata su un modello di governance garantito da una grande finzione: quella dei diritti umani. Come Hannah Arendt aveva immediatamente osservato, e come dimostra il proliferare di carte che tentavano di rimodulare la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo del 1948 tenendo conto della diversità culturale dei popoli, il soggetto di tali diritti era in realtà l’uomo occidentale, esteso e imposto a tutti gli altri. Dietro una pretesa di naturalità e universalità, questa costruzione ha finito per legittimare le democrazie occidentali come superiori politicamente e moralmente, in quanto depositarie e garanti mondiali di diritti supposti universali. Da qui discende la finzione degli Stati democratici come garanti dei diritti all’interno dei propri confini, e del diritto internazionale come garante della pace e di tali diritti nei flussi della globalizzazione.

Dal bipolarismo, il mondo è transitato prima nell’Impero — con gli USA affermatisi come unica superpotenza dopo il crollo dell’URSS — e poi verso una configurazione multipolare, caratterizzata dall’emersione di altre grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti per la spartizione del mondo.

Oggi è in corso una nuova fase di ristrutturazione dell’ordine globale, in un contesto segnato dalla rinnovata necessità di competere per le risorse naturali, di fronte al paradosso di un potere economico-finanziario orientato alla crescita infinita su un pianeta limitato. La fabbrica è diventata città, la città è diventata data center. I flussi che articolano l’infrastruttura mobile del capitale sono sempre più rapidi, mentre i poli di estrazione si trasformano. Il paradosso è evidente: mentre la sopravvivenza sul pianeta richiederebbe una riduzione dell’estrazione delle risorse e delle emissioni, il sistema neoliberale incentrato sui data center le aumenta esponenzialmente, insieme alle guerre.

Cos'è il Data Center - Italian Datacenter Association

 

Stati Uniti, Cina e Russia praticano — ancora una volta — colonialismo bellico ed economico come strumento di spartizione delle terre, delle sfere di influenza e di ristrutturazione della produzione di valore.

Gli Stati Uniti rispolverano la dottrina Monroe, considerando apertamente l’America Latina come il proprio cortile di casa. La loro espansione inizia dove vi sono le riserve di petrolio più abbontanti del mondo: il Venezuela. Con il proprio principale alleato e burattino, Israele, rivendicano il dominio sul cosiddetto “Medio Oriente”, a partire dalla Palestina, bombardando contemporaneamente Libano, Siria e Yemen. Il tentativo di porsi “al di sopra” di queste logiche implica ancora una volta l’interpretazione del proprio ruolo non come uno dei “grandi” tra gli altri, ma come garante dell’ordine “naturale”, come polizia globale.

In questo senso, il paradigma della war on terror e della war on drugs, affinato rispetto al passato grazie a una gestione sempre più capillare resa possibile dall’evoluzione tecnologica della guerra dei droni — magistralmente performata a Caracas — procede di pari passo con la caricatura, e l’auto-caricatura, di Donald Trump premio Nobel per la Pace.

 

Explosion as Venezuela's National Guard Troops Pass on Caracas Street

 

La Cina rivendica Taiwan, tanto sul piano economico quanto su quello simbolico. La Russia prosegue l’invasione dell’Ucraina e delle sue terre rare.

Su suolo africano, ci provano tutti. Con i soldi, finanziando paramilitari, tendando colpi di Stato.

L’Italia, Paese storicamente di confine, è attraversata più di altri membri della NATO da contraddizioni interne allo Stato. Se nel dopoguerra la Democrazia Cristiana, insieme ai servizi segreti italiani e statunitensi, mise in atto la strategia della tensione — una vera e propria guerra dello Stato ai movimenti sociali per ricollocare brutalmente il Paese nella sfera occidentale — oggi il governo si barcamena tra vecchie alleanze putiniane, giuramenti di obbedienza trumpiana e ultime parvenze europee in salsa antieuropeista. In questo quadro, la svolta repressiva non è poi così distante dalla logica della strategia della tensione: ricollocare il Paese tra le fila NATO, reprimere le opposizioni e affermare la necessità di un potere forte, di stampo fascista e autoritario, di fronte al caos e alla perdita delle coordinate.

La variabile imprevista, come sempre, sono le moltitudini e le spinte non allineate dei popoli del mondo. Il bipolarismo non è mai stato perfetto, doveva fare i conti con i Paesi non allineati. L’impero non è riuscito a sconfiggere la resistenza del Vietnam.

Oggi, cortei, piazze e presìdi nascono da condizioni diffuse di frustrazione, precarietà e violenza strutturale che attraversano un mondo in profonda crisi; allo stesso tempo, essi esprimono una capacità collettiva di organizzazione, resistenza e rielaborazione dell’esistente, animata da una forza rigenerativa e da un immaginario sorprendentemente fecondo. A uno sguardo rapido, ogni sforzo può apparire inefficace, ma se l’osservazione si prolunga, emerge un movimento diffuso, una messa in moto finalmente visibile. Le pratiche di resistenza si moltiplicano e si espandono in modo capillare, senza interruzione. In Sri Lanka, Bangladesh e Nepal, le rivoluzioni popolari animate da giovanissim3 hanno segnato il 2025 rovesciando in pochissimi giorni i rispettivi governi.

Nepal's Protests Are the Result of a Blocked Revolution

 

Nel continente africano, i popoli del Sahel — in primis Mali, Niger e Burkina Faso — portano avanti un esperimento di decolonizzazione economica e politica che spiazza ordini coloniali tutt’altro che scomparsi nel 1960. Scacciare la Francia, nazionalizzare le imprese petrolifere e le compagnie aeree, costruire uno spazio di mercato comune, investire nelle proprie strutture di produzione autonoma, scuola e welfare, rigettare le richieste statunitensi di collaborare al sistema di espulsioni indiscriminate fungendo da Stato-lager, limitare l’ingresso ai cittadini USA: queste sono solo alcune delle linee guida della loro politica interna ed esterna.

In Iran una nuova ondata di mobilitazioni sta conquistando intere città, deponendo statue con l’obiettivo di deporre Ayatollah, nonostante anni di repressione spietata.

In Iran il costo del silenzio ha superato quello della protesta: perché un  compromesso tra manifestanti e governo sembra impossibile | Euronews

Il Capitale si ristruttura anche nella forma del colonialismo. Di fronte alle rivoluzioni decoloniali algerine, la Francia aveva vissuto una crisi schizofrenica, come scrive Fanon: uno Stato coloniale semplicemente non può esistere senza colonie. Oggi non è così diverso, quando il Niger espelle la Francia ma la Francia continua a mantenersi sottraendo uranio al Niger, per fare solo un esempio. Non esiste un movimento di liberazione che non sia decoloniale. Che non stia al fianco dei popoli ribelli del Pianeta. Che non rifiuti la guerra e la morte come cultura coloniale.

At 1:00 a.m. in Burkina Faso, citizens have awakened and rushed to the  Presidential Palace to protect Captain Traoré from imperial agents  attempting to overthrow him., Forget African solidarity; if ...

E non ingabbiateci nelle false opposizioni e nei ricatti: “o con la NATO o con la Russia”, “sì, ma condanni Hamas?”, “Traorè? Ma lo sai con chi fa accordi?”, “le proteste in Iran? Ma è tutto un complotto USA, sei così ingenu3?”, “sei fan di Maduro o tifi Plan Condor 2.0 in tutto il continente?”. Queste non sono domande: sono gabbie. La guerra globale permanente è una gabbia che impedisce di pensare l’alternativa. Il pessimismo di chi non crede che qualcosa possa cambiare non è una postura caratteriale, ma il risultato di colonialismo, golpe, fame e violenza strutturale.

Storicamente, le rivoluzioni hanno affrontato numerosi problemi. I nemici e sè stesse. Il Venezuela non può non ricordarcelo. Come si è arrivati dalla rivoluzione chavista bolivariana al rapimento di Maduro? Sì, certo: il bloqueo degli USA. Sì, certo: il crollo del prezzo del petrolio e la svalutazione. Sì, certo: la dollarizzazione di fatto. Ma anche — sì, certo — sempre lo stesso punto cruciale che persino Marx aveva individuato e che ciclicamente l’istituzionalizzazione delle rivoluzioni ripropone: il potere, la corruzione, l’autoritarismo, l’estrattivismo, il tradimento della spinta. In altre parole: lo Stato.

Caracas Venezuela Slum Venezuelan - Free photo on Pixabay

“Stiamo facendo molto di più di una rivoluzione”, scrive don Durito nei racconti zapatisti del Subcomandante Marcos, “una rivoluzione che renda possibile la rivoluzione”. Il confederalismo democratico non è altro che il rifiuto radicale dell’istituzione della trasformazione nella cristallizzazione di uno Stato-Nazione di stampo occidentale, basato sulla purezza naturalizzata della razza, della religione e della cultura.

A sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale, dall’egemonia della finzione dei diritti umani, dalla democraticità degli Stati-Nazione e dalle garanzie di pace del diritto internazionale, tutto questo è fracassato. Non chiedeteci tanto cinismo da festeggiare: è fracassato in un nuovo genocidio, questa volta del popolo palestinese, nella stessa forma che quella finzione giurava di impedire. Non chiedeteci di festeggiare, perché è fracassato nell’evidenza che la guerra globale permanente è ormai solo ed esclusivamente ad alta intensità. Non chiedeteci di festeggiare, perchè è fracassato nelle masse di dannat3 della terra in movimento tra i confini e nei sovranismi razzisti.

Migranti, nuovo naufragio a largo di Lampedusa: morti un bambino di un  anno, una donna e un uomo - Il Fatto Quotidiano

E allora, se una brevissima parentesi di finzioni è stata svelata, se il Re è nudo e tutt* lo sanno, cosa facciamo?

  • Cosa significa oggi rifiutare e contrastare la specifica forma di ristrutturazione del nesso Capitale-lavoro, quando ogni coordinata — ammettiamolo, persino confortante — è perduta?
  • Cosa significa Capitale quando le persone più ricche del mondo sono i proprietari delle infrastrutture dei dati, delle piattaforme, dei cavi sottomarini, dei server e degli algoritmi che organizzano la vita sociale, il lavoro, il consumo, la guerra e l’immaginario?
  • Cosa significa lavoro quando esso si frammenta, si precarizza, si rende intermittente, invisibile, non riconosciuto; quando il confine tra lavoro e non-lavoro si dissolve e la produzione di valore avviene anche nel tempo libero, nella comunicazione, nella cura, nell’esposizione costante di sé persino in casa propria?
  • Cosa significa rifiutare la guerra quando essa non è più solo un evento eccezionale, ma una condizione permanente, normalizzata, spettacolarizzata e gamificata; quando la guerra entra nei dispositivi culturali, nei videogiochi, nelle piattaforme, nella formazione dei desideri e delle soggettività; quando l’industria bellica e quella tecnologica coincidono sempre più strettamente e ogni computer diventa un nodo di estrazione, consumo di risorse e sviluppo dell’intelligenza artificiale?
  • Cosa significa Stato quando esso perde sempre più sovranità e diventa sempre più braccio armato e poliziesco situato di un ordine globale politico e, sopratutto, finanziario?
  • Cosa significa pensare l’alternativa quando i dati permettono di sviluppare tecnologie di governamentalità sempre più sofisticate, capaci di anticipare, orientare e neutralizzare e soprattutto, sussumere il conflitto?
  • Come si sprigiona la creatività del general intellect quando i nostri cervelli sono sempre più saturi, frammentati, catturati in regimi di attenzione impoverita e brainrottata?
  • Come costruire la potenza dell’utopia quando manca la prospettiva, quando nella crisi delle ideologie le persone si aggrappano alle poche coordinate rimaste, non alla forza della chiarezza, ma alla chiarezza della forza?
  • Come costruire risposte collettive ai bisogni in un contesto di impoverimento generale della popolazione, di guerra tra i popoli e di guerra contro la popolazione, in cui la competizione viene continuamente prodotta come unica forma possibile di relazione sociale?

Come pensare l’impensabile?
Come praticare l’impraticabile?
E soprattutto: dove, con chi e attraverso quali spazi materiali e simbolici è ancora possibile farlo?

Si può fare in un centro sociale?

….to be continued.