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Qualcun* sarà sicuramente contento della nuova location proposta per il Leoncavallo, in via san Dionigi: il Comune di Milano ha pubblicato un bando per assegnare uno spazio pubblico dismesso (perché pieno di amianto), come soluzione burocratica volta a far stare tutt tranquilli.

Questo, però, non ha nulla a che vedere con la lotta contro lo sgombero del Leoncavallo, in difesa degli spazi sociali.

I centri sociali occupati rappresentano la possibilità di realizzare l’alternativa a quello che il sistema concede.

Questo non vuol dire che siano le uniche esperienze da cui può nascere ribellione, ma a chi serve fingere che non esistano differenze tra uno spazio occupato e uno assegnato dalle istituzioni?

Questo tipo di bandi ad hoc rafforza la logica clientelare del voto di scambio, ed è per questo che non si possono equiparare ai bandi di assegnazione di spazi pubblici per le tante associazioni che costituiscono il corpo vivo della Milano solidale, che troppo spesso sopperiscono al ruolo sociale che le istituzioni e i partiti hanno abbandonato, che troppo spesso faticano a pagare l’affitto e subiscono minacce di sfratto e mancati rinnovi dalle Istituzioni stesse.

Questo tipo di bandi divide in buoni e cattivi, trasformano il conflitto in competizione e addomestica l’autogestione.

L’alleanza complementare è potente, la piatta sostituzione è perdente.

A Milano, città che ha messo il profitto e la rendita davanti ai diritti dei suoi abitanti, questi bandi rispondono alla stessa logica del mercato: selezionare, normalizzare, neutralizzare, valorizzare la messa a profitto.

L’occupazione, invece, sottrae valore alla rendita: ogni minuto di vita di uno spazio occupato equivale a milioni di euro sottratti ai padroni delle città, che con la corsa alla speculazione edilizia permessa da questa amministrazione comunale, fanno alzare alle stelle affitti e costo della vita.

La forza di uno spazio liberato, inoltre, è di essere fluido, in trasformazione continua.
Cosa sarà il movimento, lo decideranno le persone che lo animano e lo animeranno. Al contrario, questi bandi stabiliscono identità fisse e semplificate in cui rientrare, burocrazie che uccidono la creatività e sono impossibili da navigare per chi è giovane.

Per questo occupare restituisce spazi collettivi, imprevisti, vivi.

Non è nostalgia, è necessità.

Se proprio volete assegnare qualcosa fatelo con le case popolari lasciate vuote a marcire e date casa a chi un tetto non ce l’ha.

Al bando i bandi.
La soluzione non è l’assegnazione.
Qui siamo e qui restiamo