Ogni capitolo delle inchieste che colpiscono le persone a vario titolo impegnate nel racconto di ciò che accade lungo le frontiere d’Europa, in particolare nel Mediterraneo Centrale e in Libia, mette in luce in maniera più evidente che l’obiettivo è predeterminato e politico e le metodologie utilizzate dai magristrati sono, eufemisticamente, poco ortodosse.

L’ultima vicenda riguarda l’intercettazione irrituale, se non illegale, di Nancy Porsia, persona non indagata, giornalista impegnata sul campo, le cui fonti (anche quelle in un paese dove non sono affatto garantiti i diritti umani) sono messe a rischio, il cui lavoro indipendente è messo in discussione. Oltre a lei sono finiti “nella rete” delle cimici della procura anche Nello Scavo e Francesca Mannocchi, forse responsabili di aver portato alla luce i solidi legami tra il governo italiano e i signori della guerra e del traffico di esseri umani, sin dai tempi di Minniti e per questo essere ad oggi sotto scorta.

Mentre pare che questa volta nemmeno lo Stato possa fare finta di niente e persino Marta Cartabia, ministra della giustizia, chiede chiarimenti alle procure siciliane responsabili di questa persecuzione, noi non ci fidiamo affatto della capacità di auto-correggersi di un sistema che evidentemente al suo interno include apparati di intelligence determinati a favorire o addirittura compiere qualunque violazione dei diritti umani pur di fermare il flusso di persone che scappa dai lager libici alla ricerca della salvezza sulle nostre coste.

Dalla Pagina Facebook di Nancy Porsia

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Procura di Trapani conferma: sono stata l’unica giornalista sotto intercettazione, pur non essendo tra gli indagati. Per ben sei mesi. Sarà un caso che io sia freelance?

Per sei lunghi mesi hanno avuto accesso al mio lavoro tra Libia, Mediterraneo, Etiopia, Eritrea. Ci sono le trascrizione con la mia avvocata Alessandra Ballerini, con altri avvocati su cui anche discutevamo di informazioni sensibili su fonti, ci sono le mie fonti, fonti collezionate in anni di lavoro sul campo, i colleghi con cui parlo, la mia vita privata…
Mi chiedo, è un caso che abbiano posto sotto controllo una freelance? Troppo spessi noi battitori liberi siamo messi in un angolo. Ancora più spesso ci restiamo. Ma delle volte tocca non solo fare inchieste, anche difenderle…
Altro elemento inquietante: oltre me, altre due persone sono state poste sotto intercettazione seppure non indagati. Si tratta di due ufficiali della Guardia Costiera libica, di cui uno tre giorni fa è diventato Comandante generale della guardia Costiera libica. E proprio nel giorno della fuoriuscita di questi documenti in teoria riservati. Coincidenza o messaggio subliminale ai tavoli negoziali Italia-Libia?
Io consiglio sempre di guardare oltre il nostro ombelico, perché questo dossieraggio non solo è un attacco alla libertà di stampa, al lavoro di inestimabile valore umano delle ONG, ma anche un colpo basso nei rapporti di forza tra Roma e Tripoli…
I tecnicismi delle volte sono sostanza.
Mannocchi, Massari e Scavo: «Problema di democrazia. Scossi ma non sorpresi»

Francesca Mannocchi e Nello Scavo sono due dei giornalisti intercettati nell’inchiesta della procura di Trapani sulle ong mentre parlavano con alcune loro fonti, riservate e protette dal codice di procedura penale. «Fui interrogato da più procure sull’identità delle mie fonti. Oggi scopro che sapevano già tutto», spiega il reporter di Avvenire

«C’è un enorme problema di democrazia»: non hanno dubbi Francesca Mannocchi, Nello Scavo e Antonio Massari, tre dei giornalisti intercettati illecitamente mentre svolgevano il loro lavoro consultando alcune fonti riservate – e protette dal codice di procedura penale – sulla Libia, i migranti, i respingimenti e le troppe morti nel Mediterraneo centrale. È questo lo scenario che emerge dalle intercettazioni, trascritte e depositate nelle carte dell’inchiesta sulle Ong condotta dalla procura di Trapani e consultate da Domani, nelle quali si evince che anche alcuni reporter, pur senza essere assolutamente coinvolti nelle indagini, sono stati “seguiti” telematicamente al fine di scoprire qualcosa di più sulle loro fonti e sulle loro notizie.

«Quello che mi sento di dire – dice Francesca Mannocchi, giornalista freelance di cui sono state captate alcune conversazioni del 2017 con esponenti delle ong – è che allora come oggi testimoniare quello che accadeva e continua ad accadere sulla rotta del Mediterraneo centrale è stato per noi giornalisti pericoloso e rischioso».

La frustrazione più grande è quella di aver agito sempre all’interno delle regole, al contrario di come è stato fatto nell’inchiesta sulle ong: «Tutto quello che abbiamo fatto per testimoniare quella rotta di mare – continua la giornalista – lo abbiamo fatto sempre all’interno dei confini legali e deontologici, in uno scenario e in un dibattito italiano in cui il fenomeno migratorio è stato usato spesso solo per scopi politici. Il fatto che, oltre alle ong, anche il lavoro giornalistico sia destinatario di un controllo così capillare mi colpisce, mi scuote e mi preoccupa».

Per Nello Scavo, giornalista di Avvenire intercettato mentre parla con una fonte sulle modalità per ricevere un video che dimostra le violenze subìte dai migranti in Libia, c’è un vero problema di democrazia: «Non è una cosa che mi sorprende, piuttosto mi stupisce la quantità di giornalisti coinvolti in questa pesca a strascico. Nessuno di noi reporter intercettati ha commesso niente di illecito, abbiamo fatto bene il nostro lavoro parlando con le fonti. Non mi sorprende, tuttavia non è una cosa che posso accettare».

Scavo racconta anche che nel 2018, quindi in un periodo successivo alle intercettazioni, è stato convocato da alcune procure, anche internazionali: «Mi chiesero di rivelare la fonte delle mie informazioni. Ho sempre opposto il segreto professionale. Adesso ho la conferma che in realtà qualcuno sapeva esattamente quali fossero le mie fonti…». «Quello che è successo – continua – è un vulnus alla libertà di essere liberamente informati dei cittadini: in questa faccenda c’è un enorme problema di democrazia. Ed è anche la conferma che il nostro lavoro ha preoccupato molto certi ambienti e certi apparati».

Antonio Massari, giornalista de Il Fatto Quotidiano ci tiene a distinguere la sua posizione personale da quella degli altri cronisti coinvolti nella vicenda. «Sono stato intercettato indirettamente mentre parlavo con un indagato per trovare un riscontro a una notizia dell’epoca, è una cosa che non mi fa piacere ma non mi scandalizza più di tanto» dice.
«Trovo invece gravissimo – aggiunge – quello che è accaduto alla collega Nancy Porsia perché attraverso di lei, che non era indagata, la Polizia giudiziaria e la procura hanno cercato di attingere informazioni che era compito loro ottenere, non della collega che fa un altro lavoro. Nei fatti si è trasformato una giornalista in una sorta di agente sotto copertura ed è passato il dannoso principio per il quale la riservatezza della comunicazione e delle fonti sono stati rasi al suolo».

Tutti i cronisti possono attingere a delle informazioni utili per qualche indagine, ma se «estendiamo il principio per cui viene intercettata Nancy Porsia a tutti gli altri giornalisti, ogni procura potrebbe fare di noi degli inconsapevoli agenti sotto copertura smontando uno dei pilastri di uno stato democratico» conclude Massari.

Infine, una risposta a Guido Crosetto, ex deputato eletto con Fratelli d’Italia che su Twitter ha polemizzato sulla notizia dicendo che i parlamentari sono vittime quotidianamente di intercettazioni: «Il punto è: se si esagera con i parlamentari, non è giusto esagerare anche con i giornalisti. E poi c’è anche una differenza: noi abbiamo fatto il nostro lavoro e siamo stati intercettati per capire a quali notizie eravamo arrivati, non siamo mica stati accusati di qualche reato. E non godiamo di immunità parlamentare».

Giornalisti intercettati, Cartabia dispone accertamenti. Il procuratore: “Io arrivato dopo, su quella decisione non rispondo”.

Dal Fatto Quotidiano

Maurizio Agnello, intervistato dall’AdnKronos, ha preso servizio a Trapani nel febbraio 2019: a chiedere al gip di autorizzare l’ascolto di Nancy Porsia è stato il pm di allora, Andrea Tarondo. Altri giornalisti sono stati ascoltati mentre parlavano con rappresentanti delle ong. Agnello assicura che “quelle telefonate non saranno usate”

La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha disposto accertamenti sull’inchiesta di Trapani sulle ong, nell’ambito della quale sono stati intercettati anche diversi giornalisti. E’ la prima iniziativa di verifica sulla condotta di un ufficio giudiziario che la ministra adotta da quando si è insediata in via Arenula. Sollecitazioni al suo intervento erano arrivate dai parlamentari Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Erasmo Palazzotto di Leu, che avevano annunciato la presentazione di interrogazioni. Sabato mattina sul caso eclatante delle intercettazioni nei confronti di Nancy Porsia, che da anni si occupa della rotta dei migranti dalla Libia, e di altri colleghi tra cui Antonio Massari del Fatto Quotidiano e Nello Scavo di Avvenire (ascoltati indirettamente), era intervenuto nel tentativo di ridimensionarlo il Procuratore facente funzioni di Trapani Maurizio Agnello.

Intervistato dall’AdnKronos il pm, che ha ereditato il fascicolo sul ruolo delle ong Jugend Rettet, Save The Children e Medici Senza Frontiere durante gli sbarchi dal 2016 avendo preso servizio solo nel febbraio 2019, ha confermato che Porsia “è stata intercettata per alcuni mesi nella seconda metà del 2017, perché alcuni soggetti indagati facevano riferimento a lei che si trovava a bordo di una delle navi oggetto di investigazioni”. Ma ha aggiunto che “in ogni caso, nella informativa riepilogativa dell’intera indagine depositata nello scorso mese di giugno non c’è alcuna traccia delle trascrizioni delle intercettazioni della giornalista e non c’è alcun riferimento ad altri giornalisti”.

Quindi “non verrà utilizzata nel procedimento alcuna intercettazione della giornalista”, che nell’informativa depositata a giugno dalla Polizia giudiziaria, cioè dallo Sco, dalla Squadra mobile e dalla Capitaneria di porto, “è riportata indirettamente, perché ci sono altri soggetti intercettati in cui parlano di lei“. Lei è stata intercettata “in occasione di una sua escussione a sommarie informazioni. In quell’occasione, mi dice ancora la Squadra mobile, lei diede peraltro una grossa mano all’inchiesta, ma non è mai stata né indiziata né indagata. Nel brogliaccio di ascolto che fa la Polizia giudiziaria viene di solito indicato il giorno e l’ora di una conversazione ed il soggetto con cui il soggetto intercettato sta parlando. E in quel brogliaccio sarà capitata anche la conversazione con la sua legale“. Nel 2017 il pm di allora Andrea Tarondo, chiese al gip del Tribunale di Trapani di autorizzare le intercettazioni. E il gip le concesse. Ma perché intercettare una giornalista? Il Procuratore è d’accordo su quanto fatto dal pm quando lui ancora non era a capo della Procura? “Su questo preferisco non rispondere“. Quanto al fatto che “nessun altro giornalista sia stato oggetto di intercettazioni”, questo ovviamente non esclude che siano stati ascoltati mentre parlavano con persone intercettate.

Sulla vicenda chiedono chiarezza anche Odg e Fnsi. “Siamo di fronte allo sfregio del segreto professionale”, denuncia il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna, che annuncia un appello al capo dello Stato nella sua veste di “supremo garante della Costituzione” e di presidente del Csm, visto che è in gioco la stessa “qualità della democrazia”. La Federazione della stampa ha chiesto chiarimenti sull’intera vicenda e su un particolare “inquietante” : la trascrizione di brani di colloqui relativi alle indagini su Giulio Regeni.

L'inchiesta. Giornalisti intercettati a Trapani: Cartabia dispone accertamenti
 sabato 3 aprile 2021, Avvenire.
La presunta violazione riguarderebbe anche gli spostamenti di alcuni cronisti. Un abuso grave, secondo il presidente dell’Odg che si appella a Mattarella. E la ministra ci vuol vedere chiaro.

La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha disposto accertamenti sull’inchiesta di Trapani nata per indagare su presunte irregolarità nella gestione dei soccorsi in mare da parte di alcune Ong, ma che fra l’altro si è svolta ascoltando le conversazioni di numerosi giornalisti con le proprie fonti. Intercettazioni ritenute irrilevanti ai fini dell’inchiesta ma, contrariamente alla procedura, anziché venire distrutte sono state allegate agli atti.

«Non solo conversazioni telefoniche intercettate, a loro insaputa, tra i giornalisti e le loro fonti confidenziali, ma – spiega l’agenzia AdnKronos che ha avuto accesso agli atti – anche l’indicazione dei loro movimenti. Sono migliaia le pagine della polizia giudiziaria, tra Sco (Servizio centrale operativo, ndr), Squadra mobile di Trapani e Capitaneria di Porto, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Trapani che ha chiuso le indagini iniziate tra il 2016 e il 2017».

L’attuale procuratore facente funzioni, Maurizio Agnello, è subentrato da un anno. «Non intendo assolutamente disconoscere questa vicenda – dice –, ma voglio sottolineare soltanto che ho preso servizio alla Procura di Trapani nel febbraio 2019, quando era già in corso l’incidente probatorio del procedimento, per cui io e le colleghe assegnatarie abbiamo ereditato questo fascicolo». Ad esempio «quando venne intercettata la giornalista Nancy Porsia, nel 2017, il pm di allora Andrea Tarondo, chiese al gip del Tribunale di Trapani di autorizzare le conversazioni. Che – precisa ancora Agnello – le concesse. Da lì la decisione di sentire per alcuni mesi la giornalista d’inchiesta». Ma il procuratore è d’accordo su quanto fatto dal pm quando lui ancora non era a capo dei pm trapanesi? «Su questo – ha reagito Maurizio Agnello – preferisco non rispondere».

L’Ordine nazionale dei giornalisti fa appello a Sergio Mattarella. «Siamo di fronte allo sfregio del segreto professionale – afferma il presidente nazionale Carlo Verna – la vicenda relativa all’inchiesta della Procura di Trapani sulle Ong, leggendo le cronache appare di estrema gravità e merita una mobilitazione non solo della categoria che l’Ordine dei giornalisti promuoverà». Perciò «ci appelleremo al Presidente della Repubblica, che oltre ad essere il supremo garante della Costituzione è anche il numero uno del Csm, e alla Ministra della Giustizia. Per fortuna nostra e delle istituzioni si chiamano Sergio Mattarella e Marta Cartabia». Perché i fatti di Trapani «riguardano – conclude Verna – la qualità della democrazia».

Numerose sono le iniziative parlamentari. Una ventina di deputati del Pd hanno presentato al Ministro della Giustizia «un’interrogazione per chiedere un’ispezione alla procura di Trapani per verificare lo scrupoloso rispetto di importanti principi costituzionali». Lo rende noto il parlamentare Dem Stefano Ceccanti, che ha firmato la richiesta assieme con numerosi altri, tra cui Cantone, Boldrini, Fiano, Orfini e Siani. Al Senato tre parlamentari–giornalisti, Sandro Ruotolo (Misto), Tommaso Cerno (Pd) e Primo Di Nicola (M5s) hanno depositato analoga interrogazione in cui parlano «di grave precedente per tutti i giornalisti».

Le rivelazioni di questi giorni sono state diffuse dal quotidiano Domani e stanno provocando numerose reazioni anche internazionali. La Federazione europea dei giornalisti (Efj) ha annunciato «la richiesta di spiegazioni immediate alla Procura di Trapani su questa massiccia violazione della riservatezza delle fonti giornalistiche. Il caso è stato segnalato alla Piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo». In una corrispondenza il britannico The Guardian ha raccolto le voci di diversi esperti secondo i quali «si tratta di uno dei più gravi attacchi alla stampa nella storia italiana». Il Washington Post cita anche «le chiamate dal quotidiano cattolico italiano Avvenire che chiedeva a una fonte come ottenere un video che mostrava la violenza contro i migranti in Libia».

Nel corso di una tavola rotonda su Radio Radicale, l’ex procuratore Armando Spataro, che in passato aveva scoperto una rete illegale che coinvolgeva intelligence e giornalisti, non ha nascosto le sue perplessità: «Anche se tutte correttamente autorizzate, se giudicate irrilevanti, le intercettazioni non devono diventare pubbliche perché verrebbe meno l’obbligo di segretezza. A decidere non è la polizia giudiziaria ma il pm». E sembra proprio questo uno dei nodi che gli accertamenti ordinati dal Guardasigilli Marta Cartabia dovrà sciogliere.

La ricostruzione / Dal Viminale alle Procure: la “nota” che avviò l’indagine

L’ordine di indagare sulle Ong partì dal Viminale. Inchieste nelle quali sono state ascoltate le conversazioni di numerosi giornalisti. Lo scrive il quotidiano Domani proseguendo la controinchiesta che ha permesso di scoprire le anomalie delle indagini partite in Sicilia.

Il 12 dicembre del 2016, all’esordio del governo Gentiloni, Angelino Alfano lascia il Ministero dell’Interno passando il testimone a Marco Minniti. Lo stesso giorno parte una lunga informativa: «L’oggetto è “attività di analisi dei flussi migratori in Italia” ed è indirizzata allo Sco, ovvero all’ufficio di polizia giudiziaria che gestirà l’intera inchiesta di Trapani», scrive Andrea Palladino, che parla di «libro mastro delle future attività investigative».

Dopo avere indicato le Ong come «fattore di attrazione», viene precisato che è stata avviata «un’attività di raccolta informazioni circa le modalità di salvataggio dei migranti in mare, svolte dalle navi di proprietà delle Ong». Nell’informativa vengono segnalati quattro casi di sconfinamento nelle acque libiche, da parte di alcune organizzazioni umanitarie: Moas e Medici senza frontiere.
Il 3 maggio 2017 il comitato Shengen del Parlamento convoca l’ammiraglio Nicola Carlone, che all’epoca coordinava le attività di salvataggio in mare della Guardia costiera. Quando i parlamentari gli domandano degli sconfinamenti delle Ong, l’ammiraglio risponde fornendo dati precisi: nel 2016 vi erano stati 16 sconfinamenti, ma «tutti autorizzati» dalla centrale di coordinamento dei soccorsi.

Pochi giorni dopo l’audizione arriva in Italia, in gran segreto, una delegazione libica tra i cui componenti vi era Abddurhaman al–Milad, il comandante “Bija” attualmente agli arresti, già segnalato anche dal ministero della Difesa italiano come trafficante di uomini e di petrolio. Intanto a Trapani scattano le intercettazioni che non risparmiano i giornalisti. Innanzitutto Nancy Porsia, a lungo monitorata anche negli spostamenti, e poi Sergio Scandura (Radio Radicale), Francesca Mannocchi (L’Espresso – Propaganda); Fausto Biloslavo (Il Giornale), Claudia Di Pasquale (Report–Rai3) e Nello Scavo (Avvenire).

TUTTI GLI ARTICOLI SU BIJA

«Quell’informativa del Ministero dell’Interno – sostiene il Domani – ha fatto da base alle successive indagini della polizia, che a loro volta hanno alimentato le inchieste delle procure». Anche per questa ragione Walter Verini (Pd) presidente del Comitato parlamentare per la tutela dei giornalisti minacciati, annuncia iniziative sulla «vicenda dei giornalisti d’inchiesta intercettati per mesi, con violazione della privacy, del segreto professionale e della tutela delle fonti».

Italy: massive violation of the confidentiality of journalists’ sources

Italy: massive violation of the confidentiality of journalists’ sources

In March 2021, three NGOs, Save the Children, Doctors Without Borders (MSF) and Jugend Rettet, have been probed by the prosecutors department in the Sicilian city of Trapani for aiding illegal immigration. In the course of this investigation, the police and prosecutors engaged in a massive violation of the confidentiality of sources of dozens of journalists. The European Federation of Journalists (EFJ) joined its Italian affiliate, the FNSI, in demanding an explanation from the Italian authorities.

According to reports in the Italian press on 2 April, investigators seeking to establish links between migrant rescue operations at sea and traffickers apparently engaged in a massive violation of the secrecy of journalistic sources by monitoring the communications of journalists working on the case.

The investigators reportedly intercepted phone calls between journalist Nancy Porsia and her lawyer, Alessandra Ballerini. The judicial investigation is said to include a list of sources and contacts of other journalists, including Nello Scavo (Avvenire), Sergio Scandura (Radio Radicale), Francesca Mannocchi (L’Espresso), Carla De Pasquale (Report), Fausto Biloslavo (Il Giornale)…

“Who ordered such measures and why?” said the Italian Federation of Journalists (FNSI), asking for clarification. The FNSI also said the union will provide support to the monitored journalists.

The EFJ immediately announced that it would ask the Trapani prosecutors for an explanation of this massive violation of the confidentiality of journalists’ sources. The case has been reported to the Council of Europe Platform for the Protection of Journalism.

Sicilian prosecutors wiretapped journalists covering refugee crisis

https://www.theguardian.com/world/2021/apr/02/sicilian-prosecutors-wiretapped-journalists-covering-refugee-crisis?CMP=Share_iOSApp_Other

Conversations recorded ahead of cases in which rescuers from charities charged with collaboration with people smuggler
The most serious case appears to be that of Nancy Porsia, a journalist described by prosecutors as a freelance journalist and expert on Libya who had worked for publications including Repubblica, Sky, Al Jazeera and the Guardian.
Prosecutors allegedly tapped Porsia’s phone for several days, collecting personal details and the names of her sources, Domani reported. The investigators also tracked her movements using her mobile phone’s geolocation facility.
In 2019, after she exposed the criminal activities of a human trafficker working for the Libyan coastguard, Porsia and another journalist, Nello Scavo from Avvenire, were given police protection.
Prosecutors listened in on calls by both journalists, with Scavo’s conversation recorded while he was talking to a source about how to receive a video showing the violence suffered by migrants in Libya. Scavo’s own phone was not bugged.
“At that time, I gave the authorities and the police important information on the traffickers’ network, on their connivance with politics in Libya,” Porsia said. “But it is clear that, while I was giving them that information, they were intercepting my calls.”
She added: “The sad thing is that at that time, they knew my life was in danger after the threats from the traffickers and, instead of protecting me, they followed my movements.”
Other journalists whose calls were intercepted include investigative journalist Francesca Mannocchi; Sergio Scandura, a Sicily correspondent of Radio Radicale; and a reporter from the newspaper El Mundo.
Andrea Di Pietro, a media lawyer and legal adviser for the Italian watchdog Ossigeno per L’informazione, told the Guardian the scandal was “one of the biggest attacks against the press in the history of this country”. Di Pietro said it was not forbidden to wiretap journalists if they were suspected of committing crimes, “but in this case it sounds like the journalists concerned are not under investigation by the prosecutor’s office”.
“According to Italian law, wiretaps relating to conversations or communications of those people – such as journalists – who benefit from professional secrecy cannot be used.”
Italian prosecutors intercepted a journalist’s conversations in 2017, when prosecutors accused of mistaking a refugee for one of the world’s most notorious people-smugglers wiretapped Guardian correspondent Lorenzo Tondo.
At the time, documents produced in court showed that Palermo prosecutors secretly recorded two conversations between Tondo and one of his sources.
In 2019, Medhanie Tesfamariam Berhe, an Eritrean refugee who had spent more than three years in prison, was acquitted by a judge of being a human trafficking kingpin, confirming Tondo’s reports that he was the victim of mistaken identity.