Piccolo Manifesto in tempi di pandemia

 

Come Collettivo Malgré Tout (“Malgrado tutto”) proponiamo questo breve Manifesto composto da quattro punti, quattro spunti di riflessione e ipotesi pratiche da far girare, per chi volesse e si sentisse interessata/o. Speriamo sia un contributo utile a pensare e agire all’interno dell’oscurità della complessità.

 

  1. Negli ultimi quarant’anni almeno, abbiamo assistito al trionfo e al dominio incontrastato del sistema neo-liberista in ogni angolo del pianeta, salvo rarissime eccezioni che sono state però spesso inglobate all’interno del sistema dominante. Tra le diverse tendenze che attraversano questo tipo di sistema, una in particolare sembra costituire la forma mentis dell’epoca. Si tratta, senza dubbio, della tendenza a considerare i corpi come il rumore di fondo del sistema, come ciò che disturba in quanto troppo “pesante”, desiderante, vivente e quindi sfuggente alle logiche lineari di previsione. L’obiettivo perseguito dalle pratiche e dalle politiche proprie al neo-liberismo consiste nel voler de-territorializzare (prendiamo in prestito l’espressione di Deleuze) i corpi, renderli indeterminati, manipolabili, materia prima o “capitale umano” utilizzabile a proprio piacimento. I corpi umani possono essere spostati senza criterio, devono essere pronti e educati alla flessibilità per potersi adattare (leitmotiv del nostro tempo) alle necessità determinate dalla struttura macro-economica. Nella loro astrazione estrema i corpi diventano, nel caso delle tragedie come quelle che avvengono quotidianamente nel Mediterraneo o nei centri di detenzione libici e europei, semplici numeri, dal valore indifferente, senza nessuna corporeità e quindi, in fondo, umanità.

In ambito tecnico-scientifico, ritroviamo questa tendenza nei progetti basati sull’idea che, per quanto riguarda i corpi, tutto sia possibile, che non esista nessun limite biologico a porre un freno al desiderio patologico di de-regolazione organica (e il limite, come ben ricorda Kant nella “Critica della ragion pura”, è ben diverso dal “confine” poiché condizione di esistenza di qualunque possibile). Si tratta della stessa volontà di giungere a una vita post-organica (volontà che si materializza, intra alia, in certe tendenze della biologia di sintesi e della biologia molecolare) in cui si potrà fare a meno, o potenziare al massimo, i corpi, per loro natura troppo “pesanti”, troppo imperfetti, troppo fragili. La dimenticanza dei corpi e degli effetti catastrofici che le politiche a cui abbiamo assistito causano su di essi è resa manifesta dall’accelerazione estrema, negli ultimi decenni, dell’impatto dell’Antropocene. Abbiamo assistito a una de-regolazione senza precedenti dell’ecosistema, alla manipolazione artificiale di piante, animali e della natura (di cui siamo parte) nel suo insieme. Anche in questo caso, l’idea che ha guidato le pratiche di cui sopra consiste nel pensare che tutto sia possibile, in nome di un maggior profitto o di un più grande benessere per una piccola parte di popolazione. Ecco allora che la pandemia che stiamo vivendo sembra scombussolare lo scenario che si era delineato fin qui. D’un tratto ci rendiamo conto che i corpi sono di ritorno, anche se in maniera catastrofica e sotto minaccia. I corpi tornano a far parte della realtà, a essere considerati e diventare addirittura i soggetti principali della situazione e delle politiche attuate: sono essi a essere controllati, regolati ma anche protetti.

Il ritorno dei corpi, nuovamente presi in considerazione, sembra aprire metaforicamente una nuova finestra dalla quale riusciamo a intravedere diverse possibilità d’azione. Innanzitutto, perfino noi che abbiamo sempre identificato il potere con la gestione, e la vera politica con la potenza sviluppata dalla società civile, ci troviamo di fronte alla constatazione che il potere può, quando vuole, attuare delle politiche necessarie alla protezione e alla salvaguardia dei corpi e della vita. Il Re è nudo: dopo innumerevoli anni in cui la sola “realtà” da seguire sembrava quella delle esigenze economiche da rispettare, a discapito dei corpi e delle loro vite, i governanti di (quasi) tutto il mondo dimostrano che è possibile agire altrimenti, anche a rischio di mettere in crisi l’economia mondiale. Si tratta di una sorta di auto-denuncia da parte di chi aveva sostenuto categoricamente la necessità di un certo tipo di politiche, economiche e sociali in primis, in nome di un “realismo economico” eretto a dio autoritario al quale non si può disobbedire.

Anche in questa situazione, però, riscontriamo una certa tendenza che consiste nel dimenticarsi e fare astrazione dei corpi. Sappiamo, infatti, che dietro a ogni immaginario o narrazione ideologica e astratta esiste sempre la concretezza dei corpi determinati e situati. In questo senso, alla finzione di una società composta d’individui serializzati, autonomi e responsabili del loro destino alla quale il neoliberismo ci ha abituato si è sostituita in questi giorni un’altra finzione espressa dalla nobile frase “siamo tutti sulla stessa barca”. Per quanto possa essere in parte intesa come invito alla solidarietà tra tutte le persone che soffrono in questo momento (e lungi da noi criticarla in questo senso), questa frase nasconde la realtà, appunto, dei corpi determinati e situati diversamente. E’ un errore pensare che, siccome esiste una minaccia (in questo caso il virus) per tutti e tutte, ciò significhi che siamo nella stessa situazione, che ci troviamo “sulla stessa barca”. Se, infatti, ognuno di noi è un punto di vista rispetto al mondo, questo punto di vista è dato in primis dai nostri corpi che ci situano reciprocamente in maniera diversa. In altre parole, alla finzione degli individui astratti che si trovano sulla stessa barca e che formano uno stesso punto di vista, sostituiamo la realtà dei corpi situati e determinati diversamente dalla classe sociale, il genere, la porzione di mondo che abitano, e così via. La romanticizzazione della quarantena, con sottofondo d’inni nazionali, diventa una narrazione astratta volta a cancellare le differenze che ci situano in maniera diversa su barche diverse.

 

  1. Dalla gestione della pandemia attuale e dalle reazioni che ha scatenato traiamo una lezione fondamentale. Se, ben prima di questa crisi sanitaria, la percezione (in senso neurofisiologico) di un futuro minaccioso era comune alla maggior parte delle persone, non si trattava mai di una minaccia identificata, quindi reale e immediata. Si trattava di una percezione diffusa e precosciente di una “minaccia” generale, che avrebbe potuto declinarsi in diverse maniere, minaccia nella quale eravamo immersi senza però riuscire a agire massivamente. L’angoscia che questa percezione diffusa scatenava non esisteva in rapporto a un elemento chiaro e identificato (ed è ciò che la differenzia dalla paura che è sempre paura di un oggetto specifico e determinato). Se una minaccia risultava invece chiara, cristallizzata e sentita come immediata, lo era soltanto per le persone toccate in prima persona. Si pensi ad esempio alla minaccia per chi vive nei siti contaminati dall’amianto. Si tratta di una minaccia ben reale: a Taranto, in Italia, tra i lavoratori dell’ex Ilva si sono registrati un +500% di tumori rispetto al resto di cittadini della città e almeno 5000 morti causati dall’esposizione all’amianto nel periodo 1993-2015. In casi come questo, è sempre esistita una certa impossibilità, per le persone che vivevano la minaccia immediata e la appercepivano, di trasmettere quest’esperienza agli altri. Se, infatti, anche chi non vive nelle zone colpite può interessarsi, informarsi ed essere solidale con le persone toccate dalla situazione, è difficile che ci si possa sentire realmente coinvolti, appercepire e vivere la minaccia come immediata. Vi è una grande differenza, infatti, tra essere informati di una situazione e appercepirla realmente. Altri ancora, invece, a queste minacce rispondevano con un menefreghismo celato dietro alla convinzione del “tanto succede solo agli altri”. Non è mai esistita quindi un’appercezione comune della minaccia come invece sembra esistere attualmente.

Per comprendere meglio questo punto, è utile rifarsi alla distinzione proposta in principio da Leibniz e ripresa in neurofisiologia tra percezione e appercezione. L’essere umano è in costante interazione materiale con l’ambiente, in costante attività percettiva (è importante sottolineare che la percezione è già un’attività e non una ricezione passiva di fenomeni e elementi esterni). Per riprendere l’esempio del filosofo tedesco, prima ancora di avere un’immagine auditiva (un’appercezione) del rumore che fa un’onda, il nostro corpo è già in interazione e percepisce l’infinità di rumori provenienti dalla miriade di gocce che compongono l’onda ma che non appercepiamo (di cui non ci facciamo quindi un’immagine appercettiva). Solo una piccola parte di ciò che percepiamo diventa quindi appercezione e giunge, in un secondo momento, a una sorta d’istanza psichica di rappresentazione cosciente (quella che chiamiamo “coscienza”). La questione centrale è quindi capire quando emerge un’appercezione e cosa determini quest’emergenza. Se l’appercezione è determinata e dipende sicuramente dall’organismo (se noi umani appercepiamo l’onda e il suo rumore non possiamo dire lo stesso per un altro organismo, ad esempio una mosca), in particolare dalla struttura del nostro cervello articolata all’ambiente, per gli animali sociali e l’essere umano in particolare quest’appercezione dipende anche dalla cultura in cui s’inseriscono e dagli strumenti tecnici con cui sono in relazione. Le immagini che appercepisco sono quindi il frutto del mio apparato appercettivo, del mio cervello, articolato però con gli altri corpi, con l’ambiente intorno, con la cultura di cui faccio parte, con i macchinari che ho a disposizione (Francisco Varela parlerebbe di “accoppiamenti”). Per dare un esempio di appercezione derivante dall’articolazione (o “accoppiamento”) tra cervello umano e macchinari possiamo pensare agli ultrasuoni. Se un cane può appercepirli (averne cioè un’immagine auditiva), l’essere umano singolarmente non ne è in grado, a meno che non si attui, appunto, l’articolazione tra il suo cervello e un macchinario che permette di far emergere questa nuova dimensione appercettiva. Un elemento centrale da sottolineare è che l’appercezione del singolo organismo è modificata e influenzata dal “lavoro di gruppo”. Più precisamente, se l’emergenza di un’immagine dipende in parte dalla struttura dell’organismo preso in considerazione, non si tratta in alcun modo di un fenomeno semplicemente “individuale” poiché esiste anche una dimensione appercettiva comune. Essa non esiste in sé come un super-organismo ma soltanto in quanto distribuita in ogni corpo (in quanto dinamica). Vi è quindi una doppia relazione: i corpi influenzano e partecipano alla creazione di questa dimensione appercettiva comune che a sua volta influenza e struttura i corpi che ne fanno parte e le loro appercezioni. Ogni corpo è quindi toccato da tutto ciò che entra in questa dimensione comune d’appercezione.

Riprendendo il nostro discorso, quindi, oggi stiamo assistendo a un evento epocale e inedito. Per la prima volta, infatti, l’umanità intera produce un’immagine della minaccia (la appercepisce). L’emergenza di questa dimensione di appercezione comune non è dovuta solamente a un carattere intrinseco alla minaccia che stiamo vivendo (ad esempio alla mortalità del virus) ma anche al dispositivo disciplinare messo in atto dai governi di quasi tutto il mondo. Non è quindi la minaccia in sé che produce una dimensione di appercezione comune: tante altre minacce o disastri, come abbiamo spiegato parlando di Taranto, non sono state oggetto di questa dimensione comune. Ciò non significa (sempre) che quelle altre minacce fossero meno immediate o pericolose, né che non tangessero gran parte del pianeta. Il massacro dell’ecosistema, infatti, nelle sue varie forme, sta distruggendo il vivente (tutto) qui e ora, non domani o dopodomani. La minaccia ecologica, di cui fa parte tutta la serie di coronavirus degli ultimi 20 anni, corrispondeva però fino ad oggi a un pericolo non immediatamente appercettibile per la maggior parte delle persone, a qualcosa di cui la nostra coscienza poteva per lo più informarci. E’ esistita, ovviamente, una minoranza di persone che già appercepivano la minaccia (le vittime di questi disastri, parte della comunità scientifica, una parte importante delle giovani generazioni, figure-simbolo come Greta Thunberg e movimenti civili etc.) ma non erano presenti gli altri elementi necessari per far si che la percezione diffusa della maggior parte delle persone diventasse l’appercezione propria a queste minoranze. Come abbiamo anticipato, tra i vari elementi che hanno permesso l’emergenza della dimensione di appercezione comune di una minaccia immediata vi è il dispositivo disciplinare messo in atto dai governi. Se prima la minaccia veniva appercepita soltanto nel momento in cui il proprio corpo ne era affetto (nel caso dell’amianto, dell’inquinamento in alcune zone, delle diossine etc.) e non esisteva alcuna dimensione appercettiva comune, ora la situazione è completamente diversa: anche se il mio organismo singolo non ne è direttamente affetto, l’esistenza di quella dimensione comune fa sì che ognuno appercepisca la minaccia. E’ quindi la prima volta che tutti quanti, in ogni parte del mondo, sperimentano corporalmente (e non solo coscientemente, basandosi su informazioni) la presenza di una minaccia immediata. Sia chiaro, sebbene il Covid-19 non circolasse tra gli umani prima di questi ultimi mesi, in realtà la minaccia e il disastro erano qui da tantissimo tempo (la loro origine è identificabile addirittura con l’inizio dell’epoca dell’Antropocene). La differenza, come abbiamo spiegato, risiede nel fatto che abbiamo a che fare con un disastro visibile per tutti quanti e appercepito da tutti quanti. Si tratta per noi di un evento storico irreversibile (o perlomeno, noi ci batteremo affinché lo diventi) che consiste nell’acquisizione, dentro al senso comune (il senso propriamente affetto dalla dimensione appercettiva comune) della dimensione visibile della minaccia ecologica. Ritorneremo su questo punto per noi centrale.

 

  1. Nell’orrore che stiamo vivendo e nella situazione complicata in cui siamo immersi, se facciamo lo sforzo di non rinunciare al pensiero, ci accorgeremo di come esista una sola cosa che possiamo sperimentare positivamente all’interno di questa crisi: la realtà dei legami che ci costituiscono. In maniera paradossale e quasi tragicomica, l’isolamento è stato necessario per spingere le persone a cercare e creare legami. E’ vero: l’isolamento e la promiscuità con se stessi possono mettere qualcuno di fronte al fatto di essere in pessimi legami con se stesso, ora che nell’interruzione della frenesia della vita quotidiana non ci si può più auto-evitare.

Ma ciò che è fondamentale, secondo noi, è che, in questa situazione, ci rendiamo conto di essere degli esseri di legame, territorializzati, che non possono vivere esclusivamente in maniera virtuale mettendo da parte ogni elemento di corporeità. Milioni d’individui fanno inoltre oggi l’esperienza, nei loro corpi, che la vita non è qualcosa di strettamente personale. Nel mezzo della crisi, di una cosa siamo certi: nessuno si salva da solo. Quello che stanno sperimentando i nostri contemporanei è quindi la fragilità dei legami che ci costituiscono e che ci obbligano ad andare oltre l’illusione dell’individuo autonomo e serializzato. Ciò che stiamo capendo, è che non si tratta di essere forti o deboli, “loosers” o “winners” ma che esistiamo, tutti e tutte, nella forma di questa fragilità che ci permette di sentire e provare la nostra appartenenza al comune. La nostra vita individuale e singolare è solo un lato della medaglia; l’altro lato è il nostro essere tessuti nella e dalla fragilità dei legami e del comune di cui facciamo parte. Obbligati all’isolamento, ci accorgiamo quindi di appartenere al comune, di essere attraversati da molteplici legami e di non corrispondere in alcun modo al disegno thatcheriano secondo cui “non esiste qualcosa come la società. Tutto ciò che esiste sono degli individui uomini e donne e le loro famiglie”.

In realtà, ciò che ci permette di agire in questa situazione è proprio il desiderio di legami, non la minaccia. Se la minaccia è la situazione, il desiderio di legami il motore che ci fa agire all’interno di essa. Posso soffrire dell’appartenenza al comune, pensare di rifiutarla cercando di rinchiudermi nella mia vita individuale e privata. Ma più rifiuto la realtà, protestando o deprimendomi, più mi vedo come individuo singolo e isolato, meno esisto. E’ il desiderio di legami, che è in fondo desiderio del comune, a illuminare con gioia l’oscurità in cui ci troviamo. Realizzare di appartenere e desiderare il comune permette di spostare il nord della bussola: non più me stesso e la mia vita singola ma ciò in cui e grazie a cui la mia vita prende senso. Non basta limitarsi a queste considerazioni da riprendere “in futuro”, poiché riteniamo fondamentale pensare e sperimentare qui e ora, in un periodo di legami quasi necessariamente virtuali (a parte qualche esempio di solidarietà “fisica”, come ad esempio le “Brigate volontarie per l’emergenza” a Milano), quali siano i limiti del virtuale, cosa non è possibile sperimentare tramite Skype e qual è, in fondo, la singolarità propria dei nostri corpi e delle loro esperienze.

 

  1. La finestra che si è aperta non dà però solo su nuove possibilità di agire in maniera positiva. L’esperienza che stiamo vivendo offre al biopotere in atto un esempio senza precedenti: assistiamo alla possibilità di disciplinare interi paesi, interi continenti, testimoniando tra l’altro, molto spesso, del desiderio stesso delle persone di farsi disciplinare per sopravvivere alla minaccia immediata. L’esperimento di nuove forme di controllo darà margine al biopotere per ampliare e rafforzare il suo raggio d’azione, anche perché non sarà difficile trovare nuove minacce o emergenze per giustificare le pratiche di controllo sperimentate attualmente. Per la prima volta dopo tantissimo tempo, come abbiamo già spiegato, ci siamo trovati ad affrontare una minaccia chiara, cristallizzata, immediata. Così immediata da permettere al potere di parlare, in maniera furba e villana, di guerra. A ciò vogliamo rispondere che non abbiamo nessun bisogno di guerra, né della mentalità virile e conquistatrice che la dichiara con convinzione, ben espressa dal discorso del Presidente Macron alla nazione (e quel “nous sommes en guerre” ripetuto allo sfinimento). Questa mentalità è parte del problema: il nostro obiettivo non è vincere una guerra ma dirigerci verso un’armonia più fragile che comporti un cambiamento nella maniera di abitare il nostro mondo e relazionarsi con le altre specie. Terminata la pandemia, il potere potrà dichiarare di aver vinto la guerra che aveva iniziato. Come dopo ogni guerra, facendo appello alla situazione di emergenza e di crisi che vivremo, esso potrà chiedere un sacrificio in più alle popolazioni. Non è il tempo di pensare, né di protestare e chiedere dei cambiamenti della struttura sociale (dei miglioramenti, ad esempio, dei sistemi di sanità): è il tempo di mettersi al lavoro per rimediare ai danni della crisi e farlo senza aprire bocca. La narrativa che sarà proposta è quella di un semplice intoppo a cui bisognerà rispondere con ancora più veemenza implementando le pratiche neo-liberiste che hanno contribuito, in realtà, a creare la pandemia (e a indebolire le strutture sociali, di cui i sistemi sanitari fanno parte, che in primis devono combatterla). Bisogna infatti ricordarlo: non si tratta di un incidente. La distruzione dei nostri ecosistemi, la promiscuità inedita tra specie animali sia nelle città che negli ambienti naturali (nessuno dubita del fatto che il virus sia stato trasmesso, in ambiente urbano, dagli animali agli umani), la deforestazione, ossia la distruzione di una barriera possibile di contenimento del virus, et alia, sono tutti elementi che hanno contribuito in maniera drammatica all’origine e alla propagazione di questa pandemia, e continueranno a farlo in futuro con altre pandemie (in questo senso, il vaccino è utile ma non è la soluzione strutturale). Soprattutto se gli (ir)responsabili al governo del pianeta, per lo meno quelli di loro adepti del neoliberismo, continueranno a pensare in termini di guerra da vincere implementando le pratiche assassine che hanno portato avanti negli ultimi decenni, e rinunciando a trovare un’altra armonia possibile.

Qualunque sarà la reazione dei governi, una cosa è certa: una nuova dimensione è emersa e si è aggiunta al senso comune (alla dimensione comune d’appercezione). Le realtà di cui abbiamo parlato (legate alla distruzione dei nostri ecosistemi o in ogni caso all’interferenza dannosa delle attività umane), il fatto di aver considerato per troppo tempo l’essere umano come il solo soggetto della storia e la natura come suo oggetto separato, da dominare e padroneggiare (secondo la formula cartesiana) sono emerse finalmente come appercepite nella loro pericolosità. Siamo coscienti che non possiamo semplicemente basarci su queste realtà, anche se appercepite, sostenendo il loro carattere di “fatti” oggettivi. Crediamo, infatti, che ogni “fatto” crei un’asimmetria che ci convoca per dargli senso, interpretarlo. Non esistono fatti neutri che esprimono un significato in sé senza essere integrati in un qualsiasi sistema di credenze, convinzioni, opinioni perché sappiamo, come diceva Proust, che “i fatti non penetrano mai il mondo in cui vivono le nostre credenze”. La scienza, quando esercitata seriamente, ha a che fare con dei fatti e dei problemi specifici ma le maniere e le forme di trattarli, di integrarli dentro a un sistema e di interpretarli arrivano da una dimensione altra, esteriore alla scienza, da una dimensione più profonda e complessa, che ha a che vedere con il senso comune, l’esperienza sociale e così via. La scienza non ha come funzione quella di produrre delle narrazioni e degli immaginari per incorporare i fatti e dargli un senso. La realtà di cui abbiamo parlato, questi “fatti”, entrano quindi in relazione conflittuale con la dimensione del senso comune, la dimensione vicina al corpo e alle credenze, e sta a noi dargli il significato adatto, senza abbandonarci all’idea sempre più accettata di una tecnocrazia necessaria a un mondo troppo “complesso” in cui ci sarebbe spazio soltanto per il cosiddetto “pensiero critico” da seguire: gli scienziati sanno (basandosi sui fatti), i politici fanno rispettare e gli altri obbediscono. Crediamo, infatti, che esista un rapporto di conflittualità più sfumato tra la dimensione del senso comune e quella del pensiero critico (di cui fa parte il pensiero scientifico): di certo il suo ruolo non consiste nel sistematizzare il senso comune e ordinarlo, quanto nell’aggiungere delle dimensioni di significato che possono in seguito diventare maggioritarie ed egemoni. Sembra invece che oramai, in uno scenario da Repubblica platonica, se non si è epidemiologhi non si possa argomentare, interpretare, partecipare alle discussioni e quindi, in qualche modo, alle decisioni. Spesso, pare non ci si meriti nemmeno di essere ben informati, consapevolizzati, resi partecipi ma solo di essere spaventati e obbedire tacitamente. O si è al livello dei “consiglieri del Re” o è meglio tacere: ma sappiamo bene che il Re non è altro che un segmento di una situazione dalle molteplici variabili, un multiplo tra i multipli.

La nuova situazione cui partecipiamo ci convoca quindi per renderla irreversibile, per far sì che la crisi non si termini tra gli applausi di sollievo per aver vinto una “guerra”. Quest’evento storico ci apre la porta per produrre immagini appercettive dei diversi disastri ecologici: sta a noi pensare e agire affinché essa venga imboccata in maniera irreversibile.

 

Non sappiamo cosa ci riservi il domani e non abbiamo alcuna pretesa di prevederlo. Sappiamo però che le forze reazionarie di tutto il mondo saranno pronte ad approfittarne, come abbiamo appena spiegato. Da una parte, alimentando i dispositivi di controllo e di esercizio del biopotere e implementando le politiche neoliberiste; dall’altra, spingendo per un ritorno alla normalità, facendo leva sul desiderio di dimenticare più che su quello di cambiamento. Sta a noi quindi, fin da subito, continuare a pensare a nuovi modi di agire e di vivere nel nostro pianeta, ad altre modalità di sviluppo e crescita possibili e ragionevoli. Lo ripetiamo: non si tratta in alcun modo di aspettare la fine della minaccia per iniziare ad agire né pensare adesso a cosa potremmo fare “dopo la crisi”. La motivazione è semplice: pensare e agire è possibile soltanto all’interno della situazione concreta e per la situazione concreta. Il punto di vista situato nell’astratto o nell’universale non esiste poiché un punto di vista si sviluppa sempre dentro e rispetto a una situazione determinata. Anche se circondati dall’oscurità e dal non-sapere – caratteristico di ogni situazione complessa – cosa ci riservi il futuro, dobbiamo pensare e agire assumendo le sfide che la situazione attuale ci propone, ora che i nostri corpi sono in gioco e non sappiamo chi sarà qui domani, guidati da quel coraggio che mai rinvia all’individualismo poiché esiste solo quando siamo insieme e riconosciamo i legami che ci attraversano e che ci compongono.

 

Pour le “Collectif Malgré Tout” France: Miguel Benasayag, Bastien Cany, Angélique Del Rey, Teodoro Cohen

 

Per il “Collettivo Malgrado Tutto” Italia: Roberta Padovano, Mary Nicotra