Cyberesistance – Orientarsi nell nebbia

 

La condizione di quarantena ci ha catapultato, senza che ce ne accorgessimo, avanti di molti anni nella tabella di marcia che porta alla soddifazione della maggior parte dei nostri bisogni essenziali tamite le tecnologie digitali. Questo cambiamento radicale dei nostri stili di vita era già in corso, in alcune realtà più velocemente che in altre, ma grazie a questa situazione straordinaria ha avuto un impulso che ora risulta veramente difficile da indirizzare.

La miopia che tutti i governi hanno avuto sull’argomento ha portato ad un completo abbandono del settore, con un conseguente mancanza di una regolamentazione che tutelasse gli utenti, e quindi al completo via libera alle Big Corps. L’impossibiità di un’alternativa che ci costringe in questo “imbuto digitale” potrebbe rappresentare uno dei più grossi problemi conseguenti al Covid-19, soprattutto sul lungo periodo.

Questa distopia da Sylicon Valley in cui ci ritroviamo ci pone all’interno di una nuova condizione che ci colpisce direttamente in 2 diversi modi. Da una parte infatti l’emergenzialità reale del virus sta portando i governi a pensare e mettere in pratica misure di telemedicina per tracciare il Covis-19 senza tenere in conto quelle che sono le ovvie ricadute sui diritti e libertà di ognuno. Dall’altro lato invece assistiamo, causa misure di social distancing, ad un evoluzione nel’uso delle piattaforme digitali senza precedenti, che ora si pongono come unico e possibile medium tra le varie persone.

Abbiamo raccolto qui vari contributi sull’argomento in modo da dare centralità  questioni che fino ad ora erano rimaste marginali nell’agenda politica di tantissimi e che ora, in questa situazione del tutto straordinaria, diventa una vera e propria spada di Damocle sulla testa di tutti.

Communication is everything in a health emergency.  In the 1918 flu pandemic, an army of Boy Scouts was dispatched across New York City, handing out printed cards telling people to stop spitting in the street. Public information campaigns relied on announcements in theatres and posters on streetcars. Crisis communications in the analogue age. Fast forward a century and we are wrestling with a crisis on a similar scale, but now with a powerful tool in our hands. For all the grim horror of Covid-19, imagine for a moment how much worse this pandemic would be without the World Wide Web.

As the pandemic has spread around the world, so too have conspiracy theoriesfake cures and rumours. In a rapidly changing public health crisis, where accurate information is critical to helping us respond safely, misinformation can be deadly. To curb the spread of the Covid-19 we need to beat the parallel threat of viral misinformation that feeds the virus.

Soprattutto, per affrontare il virus, gli asiatici sono fortemente impegnati nella sorveglianza digitale. Ritengono che i big data possano avere un enorme potenziale di difesa contro la pandemia. Si potrebbe dire che le epidemie in Asia non sono combattute solo da virologi ed epidemiologi, ma soprattutto anche da informatici e specialisti dei big data. Un cambio di paradigma che l’Europa non ha ancora imparato.

Vorresti sapere se il tuo vicino è contagiato dal coronavirus? Vorresti sapere se nel negozio dove ti trovi adesso è passato un contagiato dal coronavirus? Probabilmente sono queste le domande che tutti si pongono, per le quali, però, le risposte non sono semplici. L’innato istinto di sopravvivenza potrebbe far pendere la bilancia verso una maggiore trasparenza e sicurezza, ma la tutela dei diritti (e in particolare il diritto a non essere discriminati) non può essere cancellata. Compito dello Stato è bilanciare i diritti in gioco.

A seguito dello scoppio di nuovi focolai del coronavirus, il 3 aprile il Primo Ministro di Singapore annuncia misure di contenimento più stringenti, in particolare la chiusura di scuole e di tutti i servizi non essenziali (compreso strutture ricreative).
“All’inizio molti dei nuovi casi venivano dall’estero. Poi dalla scorsa settimana abbiamo iniziato a contare più casi locali. Inoltre, nonostante un buon lavoro sul contact tracing, per quasi la metà di questi casi non sappiamo dove o da chi hanno preso il virus”.

In Corea del Sud (un Paese di 50 milioni di abitanti, un po’ meno che i 60 dell’Italia) le autorità hanno una risposta diversa rispetto a quella italiana. Stanno testando centinaia di migliaia di persone alla ricerca di infezioni e monitorando potenziali soggetti diffusori utilizzando la tecnologia del cellulare e del satellite.

A differenza delle draconiane misure di isolamento della Cina, la quarantena di massa in gran parte dell’Europa e delle grandi città statunitensi che ordinano alle persone di rifugiarsi in casail Giappone non ha imposto quasi alcun blocco. Mentre è stata disposta la chiusura delle scuole, la vita continua normalmente per gran parte della popolazione. I treni dell’ora di punta di Tokyo sono ancora affollati e i ristoranti rimangono aperti.