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Un’industria altamente inquinante, una di quelle che oggi dovrebbero essere sostituite o radicalmente trasformate se si volesse prendere sul serio la crisi e l’emergenza climatica.

Una città del meridione d’Italia, in cui la possibilità di ospitare una delle grandi industrie nazionali è stata vissuta negli anni ’60 come una grande opportunità, tanto da dare forma alla città stessa.

Un coacervo di interessi pubblici e privati, dove il profitto (il massimo profitto possibile) viene prima dei diritti dei lavoratori, ma soprattutto prima della verità e del diritto alla salute dei cittadini.

Una serie di speculatori, su tutti la famiglia Riva ed oggi le multinazionali globali, che sono disposti a violare qualunque principio pur di guadagnare miliardi senza assumere nessuna responsabilità sociale e che sono, infine, immuni dalla legge.

Uno scontro tra oppressi, alimentato ad arte dai “padroni delle acciaierie” , dove il diritto al reddito di decine di migliaia di lavoratori viene giocata contro la salute degli abitanti del quartiere Tamburi.

COSA E’ SUCCESSO, COSA STA SUCCEDENDO?
La vicenda recente di ILVA è cominciata nel 2012, quando la magistratura aveva disposto il sequestro dell’acciaieria e l’arresto di alcuni suoi dirigenti, tra cui i proprietari, la famiglia Riva, per violazioni ambientali. Nell’ordinanza di sequestro c’era scritto che chi gestiva e continuava a gestire l’ILVA aveva «continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».
Leggi l’articolo del post del Luglio 2018, che ricostruisce la vicenda dal 2012

Nel 2014, anche il giornalista tarantino Alessandro Leogrande avvisava che: nazionalizzare l’Ilva è possibile (probabilmente l’unica soluzione), ma “Si tratta di ripensare, a partire proprio da Taranto, la politica dell’acciaio per l’intero paese e di ricreare un alto livello di competenze pubbliche per la gestione di un caso delicatissimo. Soprattutto, occorre non nascondere sotto il tappeto i cumuli di polvere prodotti da quel disastro ambientale che secondo la procura del capoluogo jonico è ancora in atto.”
Leggi l’articolo di Alessandro Leogrande su Internazionale: “Ha senso nazionalizzare l’Ilva”?

Il dibattito politico è proseguito nel segno del ricatto. Salute contro lavoro. Riconversione totale della fabbrica oppure ripristino della produzione “pur che sia”. Sempre Alessandro Leogrande faceva il punto della situazione nel 2015.
Dovrebbero allora intervenire i nuovi colossi mondiali dell’acciaio, come gli indiano-lussemburghesi dell’ArcelorMittal. Ma questi, dopo aver mostrato un interesse iniziale, si sono dimostrati ultimamente molto più freddi. Dal momento che vorrebbero intervenire solo dopo che il governo italiano avrà già ultimato tutti i lavori di trasformazione degli impianti, giudicano ancora il caso Ilva un enorme grattacapo.
Leggi l’articolo di Alessandro Leogrande su Internazionale: “Due incognite sul futuro dell’Ilva”.

Moltissime voci hanno ricominciato a dire che la chiusura dell’area a caldo, la riconversione immediata della fabbrica con soldi pubblici è l’unica soluzione. Tra essi USB che aveva firmato l’accordo di Agosto 2018, pur senza trionfalismi.
Ritenendo del tutto pretestuose le ragioni addotte dalla multinazionale, Conte ha invocato l’unità di tutto il Paese allo scopo di salvare la siderurgia italiana e respingere il ricatto di un’azienda che solo un anno fa ha acquisito con gara pubblica Ilva e che ora pretende 5000 nuovi esuberi, una legislazione ad hoc su immunità e sicurezza. Conte ha preannunciato iniziative giudiziarie a tutela degli interessi dello Stato per un disimpegno che appare allo stato attuale irreversibile, immotivato ed illegittimo.
I sindaci dei comuni di Taranto, Crispiano, Massafra ed il presidente della regione Emiliano hanno esplicitamente chiesto al governo l’avvio di un percorso con risorse pubbliche per l’eliminazione delle fonti inquinanti – spiegano i due esponenti sindacali -. Un ‘Piano B’ per Taranto in nome del diritto alla salute negato da decenni. La stessa Confindustria, pur sottolineando la strategicità della produzione di acciaio non ha escluso che in tempi brevissimi si debba ricorrere al ‘Piano B’.
Conferenza stampa di USB, all’uscita dal tavolo del MISE.

A seguito dell’incontro tra la proprietà e il governo Arcelor Mittal ha tolto il velo di ipocrisia che attribuiva allo scudo fiscale la retrocessione dal contratto.
È UN RICATTO. È la lista di condizioni poste da chi sente di avere in mano il coltello dalla parte del manico. Per il governo e per la maggioranza la scelta è tra le più difficili. La chiusura dell’Ilva implicherebbe un disastro di vastissima portata. Oltre 50mila posti di lavoro a rischio e una mazzata tra l’1,2% e l’1,4% del Pil secondo Svimez. Senza contare la possibilità, per la Germania, di fissare a proprio piacimento il prezzo dell’acciaio. La resa, perché questo significherebbe accogliere per intero le richieste di Mittal, vorrebbe dire non solo ammettere che le aziende sono in qualche misura al di sopra della legge ma anche mettere a rischio la sopravvivenza del governo.
Il ricatto di Mittal: scudo penale e 5000 esuberi, Andrea Colombo dal Manifesto.

APPROFONDIMENTI:
Sull’incontro tra comitati ambientalisti e civici, e il premier Conte, al quale è stato consegnato un documento che indica un possibile piano B per Taranto sentiamo Mirko Maiorino, portavoce del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi E Pensanti.
Ascolta lo speciale di Radio Onda d’Urto: Ilva. Conte incontra i Comitati: non ho la soluzione in tasca.

Sull’annuncio e la decisione di Arcelor Mittal di avviare la restituzione degli impianti, ascolta i due speciali di Radio Onda d’urtp:
Arcelor Mittal avvia le procedure per la restituzione degli impianti
Con le interviste a Sergio Bellavita (USB) e  Raffaele (lavoratore Ilva) e con un confronto tra Raffaele Cataldi (Cittadini liberi e pensanti e Giuseppe Romano Fiom-Cgil).
Ilva annuncia l’addio agli imianti di Taranto.
Con le interviste a Roberto Romano (Sbilanciamoci), Celeste (Comitato Mamme quartiere Tamburi), Raffaele Cataldi (Comitato Cittadini liberi e pensanti)

Girolamo De Michele su Euronomade.
La Fabbrica – Italsider-Ilva-Arcelo Mittal – ha costituito per Taranto una sorta di Alien che, mentre la teneva in vita, le succhiava ogni risorsa vitale, fino a ucciderla. Avvelenandone non solo l’aria, con emissioni e polveri, e il sottosuolo, con scarichi dei quali tutt’ora si sa poco – come l’affiorare di catrame alla gravina Leucaspide, o le misteriose emissioni di gas nelle scuole del rione Tamburi –; ma anche devastandone la struttura sociale, e imponendosi come la tetra forma mentale di un destino al quale non si può sfuggire. Un mostruoso impasto organico di metalli e carni umane che attira le vite al proprio interno e chiede, come un moderno Minotauro, un tributo di morte in tumori e leucemie, che invade con le proprie metastasi i corpi, saturando di polveri sottili bronchi e polmoni.
Leggi: A Taranto, nemmeno i morti sono al Sicuro, di Girolamo De Michele, da Euronomade

 

IN TUTTO QUESTO I “SOVRANISTI”:
https://twitter.com/Cantiere/status/1193096865652396032?s=19

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