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Colombia, Bogotà: “La Morada”

La Morada, FB

 

E. Che cos’è la “La Morada”?

Jennyfer Vanegas. “La Morada” è una casa autogestita femminista, dove le donne possono incontrarsi e organizzarsi insieme contro ogni forma di violenza. Qui si svolgono numerose riunioni e assemblee in vista delle mobilitazioni e delle iniziative cittadine, ma anche presentazioni di libri, dibattiti e approfondimenti. Alla Morada trovano spazio diversi progetti ed attività, come i laboratori musicali, di batucada e tambores, ma anche corsi di autodifesa, laboratori di ciclofficina,  di cucina vegana, concerti di artiste impegnate e festival di contro-cultura, per esempio hip hop.  Esistono anche sportelli legali per aiutare chi si trova in condizioni di lavoro precario e sfruttato o in situazioni di violenza domestica a dotarsi degli strumenti per far fronte alla propria situazione. Una sorta di spazio mutualistico e di lotta.

E. Che cos’è per voi “Ni Una Menos”?

J.V.. Qui a Bogotà Ni Una Menos è una rete che riunisce differenti gruppi. Oltre alla Morada ci sono gruppi come Economia Feminista, il Grupo de literatura libertina, il Grupo Polifonia, il Grupo di Twerk Feminista e molti altri. Anche qui in Colombia il pañuelo è diventato il nostro simbolo, ma non ne usiamo di un unico tipo, perché il femminismo sta crescendo grazie a soggettività e lotte diverse a cui è giusto dare spazio e visibilità: c’è il pañuelo per l’aborto legale, quello per uno stato laico e così via. Le differenze sono una forza in questo movimento, al punto che uno degli hashtag principali che utilizziamo è #somosunrostrocolectivo:  “siamo un volto collettivo”, perché la violenza è un elemento sociale e strutturale e non un problema individuale da fronteggiare da sole. Stiamo anche cercando di elaborare una maschera o un elemento simbolico che ci permetta di trasmettere questo messaggio anche nelle piazze. Un tratto molto particolare del movimento femminista colombiano è la fortissima influenza di forme espressive artistiche e musicali nelle sue pratiche. Teatro e musica sono strumenti che permettono di portare le tematiche di genere nelle strade e nelle piazze, avvicinando molte persone. Dal 2008 è nata la prima vera e propria batucada feminista, in particolare grazie all’iniziativa di un gruppo lesbo-femminista. Ni Una Menos denuncia anche casi di femminicidio e violenza nei confronti dei quali lo Stato non si attiva. Per esempio, negli ultimi mesi si sono verificati alcuni episodi di stupro nel Parco Nazionale di Bogotà e per questo la rete ha organizzato azioni e iniziative in quello spazio, chiedendo illuminazione e ristrutturazione del luogo. Nella rete tutte le decisioni importanti vengono prese in assemblea, mentre alle chat sono lasciate solo quelle puntuali e secondarie. Chi non ha partecipato di persona a una riunione non può prendere parola se non dopo la pubblicazione del report assembleare e la formulazione di ogni critica è vincolata alla formulazione di una proposta. La rete cerca di intrattenere rapporti con altre realtà impegnate nel contrasto alla violenza di genere, per esempio attraverso l’organizzazione di assemblee congiunte con la Red Comunitaria Trans o con le Mujeres Campesinas. In particolare il femminismo di Ni Una Menos tiene molto a mettere al centro la nozione di “Entronque Patriarcal”, “relazione originaria patriarcale”, una proposta teorica delle donne indigene che spiega perfettamente come nelle regioni latinoamericane il patriarcato coloniale  abbia accentuato i tratti del patriarcato originario anteriore alla colonizzazione, distruggendo l’articolazione dei rapporti pre-esistenti, producendo un risultato sincretico che rende molto complessa la realtà delle donne in lotta contro i sistemi di oppressione moderni e contemporanei. Il risultato della colonizzazione e della schiavitù è stata la permanenza di un regime gerarchico rigido, nel quale le donne indigene e nere sono sul gradino più basso di un sistema razzista e patriarcale. Infine, nel movimento colombiano esiste un dibattito che marca una frattura profonda tra le associazioni più istituzionali e le organizzazione autonome che fanno dell’autogestione la propria pratica. Ni Una Menos fa parte del secondo genere e ha fatto la scelta di decidere senza condizionamenti esterni la propria agenda. Infatti, molte esperienze che hanno accettato finanziamenti internazionali erogati tramite la progettazione di alcune grandi ONG, hanno finito per farsi cooptare e sussumere completamente. Lo sciopero femminista è uno strumento proposto dall’Argentina su scala mondiale, ma qui in Colombia abbiamo molti problemi a concepirne una applicazione, soprattutto per via delle condizioni lavorative incredibilmente precarie, occasionali e frastagliate che esistono. In questo momento Ni Una Menos è molto impegnata nella costruzione della giornata di mobilitazione globale del 25 Novembre.

E. Come si inserisce Ni Una Menos nella storia del femminismo colombiano?

J.V.. Nel movimento femminista colombiano possiamo ritrovare 3 ondate. La prima, a cavallo dei primi 40 anni del ‘900, potrebbe essere definita operaia e suffragista. Tra il 1900 e il 1930, emerse un grosso protagonismo delle donne indigene e operaie. Queste ultime erano una soggettività nuova, che stava emergendo in seguito alle migrazioni interne, spesso forzate, che costituivano una nuova classe operaia e sindacale. Il caso più noto è senza dubbio quello di Maria Cano, che partecipò in maniera determinate alla formazione del Partito Socialista Revolucionario. Nei decenni ‘30 e ’40, prese slancio il movimento suffragista, capeggiato da Ofelia Uribe. La seconda ondata, invece, è quella segnata dal femminismo della differenza e si possono ricordare il primo coordinamento femminista latino, che si riunì ufficialmente nel 1982 a Bogotà e la fondazione della prima scuola di studio femminista della Universidad Nacional all’inizio degli anni ‘90. La particolarità di questa scuola fu che per la prima volta fecero la loro comparsa in Università insegnanti nere, femminismo decoloniale e lesbico. La terza ondata, quella che viviamo oggi, si caratterizza per un impianto intersezionale ed eco-femminista indigeno. E’ tra il 2005 e il 2010, in particolare, che moltissime donne sono uscite dai movimenti in cui militavano in precedenza per fondare organizzazioni specificatamente femministe, con l’obiettivo, tra gli altri, di contrastare il machismo presente all’interno dei movimenti stessi. Nel 2005 ci fu un primo tentativo di mobilitazione in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 Novembre. Il risultato fu modesto, ma era solo l’inizio di un percorso che sarebbe poi cresciuto.

 

E. Qual è il contesto politico colombiano in cui vi muovete?

J.V.. In Colombia la maggior parte del dibattito politico è segnato dal tema del conflitto armato, che rimane il primo problema con cui confrontarsi e il fallimento del processo di pace ci dice che continuerà ad esserlo ancora a lungo. Esistono numerose femministe che si sono battute per il processo di pace, come del resto praticamente tutti i movimenti sociali. La fine delle speranze di giungere al termine delle violenze è qualcosa che ha voluto e causato l’uribismo, per il quale la guerra è un business che rappresenta il principale indotto economico del paese in forme differenti. Dopo il “cessate il fuoco” della guerrilla, i paramilitari hanno iniziato un’opera di assassinio metodico dei compagni ed ora molte zone del paese, tra cui le stesse periferie di Bogotà, sono segnate dalla presenza di Farc e Paramilitari, confinate in aree perimetrate da frontiere invisibili a seguito di anni di spostamenti dettati dalle manovre militari e dalle migrazioni forzate.  Il paramilitarismo ha colpito le donne in forme molto peculiari, come l’assassinio di donne leader indigene che è un fenomeno che ha assunto proporzioni incredibili soprattutto sotto il governo di Uribe. Oggi alla presidenza siede un suo figlioccio politico, Duque, e non è un caso che le morti violente di donne alla testa dei movimenti contro l’estrattivismo e la devastazione ambientale sia nuovamente in aumento. Particolarmente violente sono le persecuzione del movimento indigeno nel Cauca o la repressione contro le comunità afro e indigene di Choco e Buenaventura, contro le quali si abbatte tutt’ora la pratica paramilitare delle case di tortura, attive del resto anche nella stessa Bogotà e nelle sue periferie. Repressione, povertà e lotta armata causano anche un problema molto forte di spostamenti forzati, durante i quali il tasso di violenza contro donne e bambini si alza, perché aumentano le condizioni di vulnerabilità. Bisogna capire che il conflitto armato ha segnato profondamente le strutture della vita sociale in Colombia e anche che la violenza machista risente dell’influenza del paramilitarismo. Un caso emblematico è quello del femminicidio di Rosa Elvira Cely, uccisa nel Parco Nacional di Bogotà nel 2012. Rosa Elvira non è stata solo stuprata e uccisa, ma anche impalata secondo una pratica tipica dei paramilitari. Qui in Colombia le pratiche di guerra hanno ormai lasciato un segno così profondo da essersi massificate nel privato e nella violenza domestica. E’ importante anche segnalare che si sta generando un tipo di violenza machista sempre più complesso, crudo e offensivo. In diversi casi recenti, alla brutalità dello stupro si è aggiunta la violenza agita nei confronti del compagno presente, costretto a guardare. Il governo stesso utilizza la paura come strumento. La paura è un fortissimo sedativo sociale, perché quando diventa terrore immobilizza le persone. In Colombia abbiamo avuto una dittatura feroce, che in 20 anni ha causato il triplo delle morti di tutte le altre dittature latinoamericane messe insieme, ma questo dato passa spesso sotto totale silenzio. Persino ora, nella gestione dell’ordine pubblico, vengono usualmente utilizzate pratiche di guerra. Perdere un occhio in una manifestazione è un rischio abbastanza frequente.

 

E. Esiste una legislazione contro femminicidi e violenza?

J.V.. La legge 1257 codifica differenti tipi di violenza contro le donne, come quella fisica, psicologica e addirittura economica. E’ stata istituita una “segreteria distrettuale delle donne”, con il compito di fronteggiarne le manifestazioni. Tuttavia leggi e segreterie servono principalmente come strumento di appiglio in ambito internazionale, perché all’interno del paese non trovano nessuna applicazioni pratica, anche a causa dell’enorme corruzione nelle cause di femminicidio o molestia.

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