Bolivia: intervista alla “Articulación feminista pluridiversa”

Bolivia, La Paz: “Articulación feminista pluridiversa”

Ni Una Menos Bolivia: Movilización Nacional

 

E. “Articulación feminista pluridiversa”, che cosa significa? Che cosa rappresenta per voi “Ni una menos”?

Silvia. Dopo circa un mese dall’inizio degli scioperi femministi in Argentina, anche qui in Bolivia un primo gruppo di donne femministe ha deciso di unirsi alla protesta di Ni Una Menos, organizzando una marcia nell’ottobre del 2016. Nei successivi mesi, Ni Una Menos è cresciuta soprattutto nella città di La Paz, diventando una piattaforma capace di riunire differenti collettivi e organizzazioni di donne e lgbtq. Il primo anno di vita della rete si è caratterizzato per la ricorrenza di discussioni interne riguardo alla natura del movimento, alla divisione dei compiti e delle responsabilità e ai meccanismi di lavoro. Durante la prima marcia convocata da Ni Una Menos Bolivia (NUM), nell’Ottobre 2016, tentarono di unirsi deputate e senatrici della linea ufficiale governativa e della opposizione di destra: noi di NUM abbiamo rifiutato entrambe le intromissioni, del governo e dell’opposizione, nei confronti di una mobilitazione di un movimento di donne che è autonomo e indipendente dal governo e da tutti i partiti che siano di destra o sinistra e indipendente anche da tutte le istituzioni di donne finanziate dalla cooperazione internazionale. Qui in Bolivia, il movimento delle donne ha grossomodo 3 correnti di pensiero. Una corrente è quella del femminismo istituzionalizzato, dipendente dalla cooperazione internazionale, sono istituzioni di donne che hanno trasformato l’azione politica per l’emancipazione in componenti dei loro progetti istituzionali che dipendono dal finanziamento internazionale. Un secondo gruppo è quello delle organizzazioni di donne contadine e indigene. “Las Bartolinas” è l’organizzazione nazionale più numerosa di donne. “Las Bartolinas”, insieme ad altre organizzazioni miste (di uomini e donne) campesine e indigene, hanno reso possibile che il MAS (Movimento per il Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli) sia arrivato al governo, confidando in un governo che si dice socialista. Oggi queste organizzazioni hanno perso la loro indipendenza, sono state cooptate dal governo, al punto che abbiamo perso lo spazio di agibilità che avevamo conquistato. Prima, al benessere delle donne era dedicato un Sottosegretariato, ora solamente una piccola Direzione. La terza corrente, credo, siamo noi femministe e collettivi femministi di strada, siamo autonome e indipendenti dal governo, dai partiti politici e  dalle istituzioni. Nelle assemblee successive alla prima marcia, realizzate nelle piazze, nelle sedi delle organizzazioni femministe e nelle università, ci siamo chieste quali fossero i criteri per partecipare a Ni Una Menos. La decisione è stata quella di non ammettere al nostro interno partiti, istituzioni governative o legate alla cooperazione internazionale. A partire da questo momento, Ni Una Menos è rimasta una parola d’ordine e una campagna di respiro globale, ma non ci chiamiamo così: la piattaforma si chiama “Articulaciòn Feminista Pluri-Diversa”, dove “pluri” serve mostrare e nominare la presenza delle 36 diverse nazionalità indigene in Bolivia, mentre “diversa” allude alla pluralità di orientamenti e identità sessuali che incarniamo. Siamo un’articolazione di collettive diverse, ognuna delle quali si occupa di differenti tematiche, come il femminismo comunitario, portato avanti da indigene e campesine, le collettive lesbiche, le eco-femministe, le educatrici e così via. Quello che facciamo è organizzare iniziative e manifestazioni di protesta e pressione, ma anche corsi di formazione e autoformazione. Uno dei nostri obiettivi è organizzare una rete di appoggio e intercambio di servizi e informazioni tra donne: mettere in connessione le persone in relazione alle proprie necessità e capacità. In questo senso, un aspetto importante è anche combattere la violenza economica, attraverso lo scambio di domanda e offerta di lavoro. Mettiamo in campo anche un lavoro di appoggio e accompagnamento nei tribunali o in procura in caso di violenza.

 

E. Possiamo approfondire il concetto di “pluri”?

S. La storia del femminismo in Bolivia ha sempre incrociato i temi di classe e di razza, per via della conformazione coloniale del Paese stesso. Non è possibile parlare di femminismo senza considerare il protagonismo delle popolazioni indigene, anche se fino agli anni ‘80 la sinistra tradizionale aveva una certa tendenza a considerare i campesinos come un oggetto di studi e gli indigeni come immutabilmente campesinos. Questa mentalità impedì a molti di accorgersi della trasformazione di un numero considerevole di contadini in operai e della conseguente nascita di una classe che avrebbe travolto gli equilibri sociali come erano conosciuti. E’ innegabile che in questa trasformazione prese vita il femminismo boliviano come forza organizzata, con una forte influenza del femminismo anarchico e a partire dal protagonismo delle cholas e delle indigene. Negli anni ‘20 venne istituita la “Federación obrera femenina”, che si proponeva di rispondere al duplice problema della violenza nelle case e nelle fabbriche, fino a quel momento completamente invisibilizzata. Negli anni della dittatura, tra il 1971 e il 1982, le donne indigene e operaie giocarono un ruolo fondamentale nella Resistenza, come nel caso della “casalinga” Domitila Chungara, diventata famosa a livello internazionale grazie al suo libro “Si mi permiten de hablar”. Domitila ed altre donne delle miniere boliviane organizzarono un comitato di casalinghe delle miniere capace di organizzare scioperi di massa e in grado di mettere in seria crisi la dittatura, avviandola al termine. Le rivendicazioni fondamentali spaziavano dalla richiesta di salario degno a quelle di libertà politica, fino al ritorno degli esiliati. Nel 1992 una prima marcia indigena per la terra e la dignità pose con forza il problema del riconoscimento dell’esistenza e della diversità indigena. Era un periodo di fermento generale per gli indigeni del continente, basti pensare al Levantamiento zapatista del ‘94. Nel 2006 l’Assemblea Costituente riconobbe il carattere plurinazionale della Bolivia. Questo processo lasciò un segno indelebile anche sul femminismo in senso stretto, sul processo di soggettivazione delle lotte delle donne.

 

E. Parlare di movimenti indigeni significa anche introdurre il tema dell’ambiente e dello sviluppo, particolarmente attuale in questa estate di roghi in Amazzonia e Chiquitania.

S. Nel governo di Evo Morales possiamo segnalare una cesura avvenuta intorno al 2011. Durante il primo governo di Evo Morales, dal 2006 al 2010, il concetto ispiratore delle politiche intraprese era quello del “Vivir Bien”, a cui però si è man mano sostituito quello del “derecho al desarollo”. Il problema è che mentre il Vivir bien implica una concezione complessiva della vita e della felicità delle persone e dell’ambiente, il derecho al desarollo determina un approccio completamente differente, aprendo lo spazio per ambiguità tutt’altro che sottili: consumare significa vivere bene? Lo sviluppo è reale o un’illusione? Chi gode dei benefici dello sviluppo? Non è un caso che dalla comparsa di questa terminologia siano iniziati gli accordi tra il governo e gli imprenditori privati, come per esempio quelli di Santa Cruz, e con le multinazionali oggi implicate a vario titolo nei roghi.

E. Quali sono le principali rivendicazioni del movimento femminista?

S. Una delle principali rivendicazioni del movimento femminista è il diritto all’aborto. Oggi abortire è considerato illegale se non in caso di stupro. Proprio a inizio settembre il governo ha approvato una legge che rende più dure le pene per le donne “colpevoli”, che non potranno più richiedere gli arresti domiciliari, ma finiranno direttamente in carcere, magari lasciando a casa gli altri figli e le persone che dipendono da loro. In questo momento contiamo ben 16 donne in prigione per interruzione volontaria di gravidanza. Inoltre, qui esiste anche il problema dell’obiezione di coscienza. Per esempio, ha fatto molto scalpore la morte di una bambina di soli 12 anni, rimasta incinta a seguito di uno stupro, alla quale i medici hanno rifiutato di effettuare l’aborto. Per casi simili portiamo avanti la campagna #niñasnomadres.

 

E. Qual è invece la situazione boliviana in relazione a violenze e femminicidi?

S. La prima legge contro la violenza domestica in Bolivia risale al 1994, a partire dalla quale i municipi hanno ricevuto il compito di organizzare un servizio legale integrato, che deve essere dotato di almeno un avvocato, uno psicologo e assistenti sociali a disposizione delle abitanti della zona. Nel 2013, in seguito ad una impennata nel numero dei femminicidi e ad una grossa mobilitazione di donne, i movimenti riuscirono ad ottenere la legge 348 “Para una vida libre de violencia”. In tutti questi casi però, il problema concreto è quello dei finanziamenti. Ricercatrici attive nel campo dell’economia femminista si sono interrogate riguardo al costo della violenza, giungendo a stabilire i finanziamenti necessari per rendere effettive le leggi scritte. Tuttavia, il governo ha disposto una somma pari al 25% del necessario, vincolando peraltro il finanziamento delle iniziative contro la violenza di genere al costo internazionale del petrolio e, quindi, assolutamente instabile oltre che eticamente contraddittorio. Anche l’ultima riforma della giustizia non favorisce affatto la denuncia di violenze e molestie, perché lividi, traumi e perfino morte, sono stati declassati da prove a semplici indizi: è’ la vittima a doversi assumere l’onere della dimostrazione.

Author: Ale

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