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Oggi oltre 250 mila persone hanno preso parte al #MilanoPride2018.
Il nostro orgoglio è queer e meticcio, per questo abbiamo scelto di dare vita ad un corteo mattutino da via Padova fino al centro richiedenti asilo di via Ferrante Aporti: nessun@ può essere liber@ se quell* di fianco non lo sono.
Crediamo che i diritti civili siano aria fritta senza diritti sociali e che questi ultimi diventino miopi senza un orizzonte di desiderio in cui spaziare: per questo alla Parade abbiamo dato vita allo spezzone “Un corpo ai diritti”, a partire da questa piattaforma:
 
Anche quest’anno partcipiamo al Pride di Milano e portiamo in piazza le nostre rivendicazioni, riconoscendo nella concretizzazione dei diritti in ogni ambito e la lotta a ogni forma di esclusione e ingiustizia i punti cardine del significato di un Pride:
  1. Il Reddito universale di autodeterminazione, l’accesso ad un lavoro dignitoso e non sfruttato, la tutela della salute per ogni individuo, indipendentemente da genere, ceto sociale e provenienza;
  2. La libertà di essere, vivere e amare, la libertà dei nostri corpi a essere a-normali, liberi e indecorosi;
  3. Il riconoscimento e la possibilità di una vita degna per le persone trans e dall’identità non-conforme;
  4. Vie d’accesso sicure e permesso di soggiorno per tutt*;
  5. Una formazione laica e pubblica, che educhi ai diritti e al piacere.
***********************************
1) VOGLIAMO IL REDDITO DI AUTODETERMINAZIONE PER LIBERARCI
La famiglia eterosessuale non è semplicemente un modello per regolare le relazioni private.
Ha influenzato storicamente la divisione sessuale del lavoro, rendendo il lavoro produttivo delle donne intermittente, malpagato, marginale e ha assegnato alle donne tutto il lavoro di cura non retribuito, creando una società basata sulla disparità tra generi.
Il movimento delle donne da sempre s’interroga su come rompere questo meccanismo e, nella società contemporanea basata sulla precarietà e su forme di sfruttamento sempre più subdole e complesse, con la rete Non Una Di Meno ha individuato una soluzione nel reddito di autodeterminazione e di autonomia.
Noi ,che viviamo le nostre relazioni in forme variegate e libere, che non abbiamo alcuna “tradizione” da seguire per i nostri amori, che non abbiamo ruoli di genere da confermare, che vogliamo liberare il lavoro e liberarci dal lavoro come oppressione, ci riconosciamo in questa proposta.
Vogliamo il reddito, un reddito ben lontano dalle misure che la politica sta proponendo.
Vogliamo un reddito che non abbia cittadinanza, né agenzia interinale, né indicatori familiari, né condizioni, ma che retribuisca tutto il lavoro non pagato che facciamo.
Un reddito che ci permetta di emanciparci dalle violenze domestiche, dalle molestie e dai ricatti sul lavoro, dalla paura che un coming out non accettato dalle nostre famiglie ci lasci in povertà.
Vogliamo che questo sia il primo passo per ridare forza al welfare, sotto costante attacco da parte del capitalismo neoliberista, così come vogliamo che il welfare si occupi finalmente delle persone e non del rafforzamento di istituzioni sociali oppressive come “la famiglia tradizionale”.
2) ORGOGLIOSAMENTE INDECOROSI, ORGOGLIOSAMENTE A-NORMALI
E tu, sei sicur* di essere normale?
Uomo eterosessuale, possibilmente bianco, in grado di procacciare il cibo alla tua famiglia, per la quale rappresenti sicurezza e decisione? Donna eterosessuale, possibilmente bianca, in grado di prenderti cura di bimbi, anziani e marito con amore e dedizione (nel tempo libero dal lavoro, ovviamente)? Siamo sicur* di voler essere normal*? Ci accontentiamo di essere attori forzati di questa farsa?
La famiglia naturale, composta da un uomo e una donna eterosessuali ha modelli di comportamento molto ristretti e codificati. Il copione è molto semplice: lui e lei si incontrano, si amano e quindi si sposano, procreano e vivono felici e contenti per sempre. Questa narrazione è l’unica riconosciuta, l’unica naturale.
Ci domandiamo come mai tutta questa felicità abbia bisogno, per essere vissuta, di sonniferi e tranquillanti, di violenza domestica e abuso, di esclusione delle persone meno fortunate e paura di perdere l’identità, di inferriate alle finestre e competizione continua, di droghe e alcool, di discredito dei “diversi” e possesso dei propri “cari”. Di donne madonne e di donne puttane, di veri maschi e “femminucce”, di vincenti e sfigati.
Sarà per questo che non vogliamo far parte di questo film.
Stiamo molto meglio in un’anormalità che non stabilisce la nostra vita a priori e non ci obbliga a comportamenti deludenti depressivi e repressivi, ma ci permette di conoscere la diversità in tutte le sue forme affascinanti e ricombinanti in modelli sempre nuovi e diversi, fatti di soggetti e di relazioni, di avvenimenti e incontri, di un futuro sempre possibile e non stereotipato. Non vogliamo costruirci recinti in cui vivere fino a morirne.
Chi governa ha continuamente bisogno di leggi e norme che stabiliscano sia per decreto ufficiale sia per convenzione sociale chi è dentro e chi fuori, chi può esistere e chi no.
Non è un caso che al ministro Minniti si possano oggi imputare due leggi rispettivamente in materia di cittadinanza e decoro. Alcuni esseri umani sono legali, altri no. Dove questo criterio non arriva viene introdotta la seconda suddivisione, quella tra bravi cittadini decorosi e cattivi soggetti indecorosi.
La legge e la norma sono due facce della stessa medaglia, due dispositivi che agiscono in modo parallelo, l’una nel campo della formalità scritta e l’altra negli spazi dell’informalità orale. Entrambe le sfere sono dotate di apparati di polizia e sanzione, di incentivo e rinforzo.
Quando la smania legislativa e normativa investe e soffoca ogni soggettività, ogni forma di vita e ogni desiderio di libertà l’essere-altrimenti diventa una urgenza. Per questo rivendichiamo con forza la nostra indecorosità, la nostra anormalità.
Se la violenza domestica è “normale”, vogliamo essere famiglie anormali. Se essere licenziate quando rimaniamo incinte è “normale”, vogliamo essere mamme anormali. Se essere uomini dominatori è “normale”, vogliamo essere maschi anormali. Se essere donne silenziose e fragili è “normale”, vogliamo essere femminilità anormali. Se essere gay o lesbica ha un canone “normale” alla dolce&gabbana, vogliamo essere gay, lesbiche, bisessuali anormali. Se cambiare sesso implica una medicalizzazione “normale”, vogliamo essere transessuali anormali.
A-normali e a-normati, liber* di scegliere, liber* di essere.
Rifiutiamo i ruoli di genere e ogni imposizione sulle nostre identità, sui nostri orientamenti, sulle nostre passioni. Chi essere e come vivere lo vogliamo scoprire noi. Non ci faremo ridurre a figurine stilizzate che si esprimono solamente attraverso le loro funzioni biologiche.
Vogliamo giocare e mettere in pratica la liberazione, vogliamo occupare spazi relazionali e aperti. Non lasceremo al capitalismo neoliberista il potere di determinarci e patologizzarci in ogni ambito produttivo e riproduttivo delle nostre vite.
Entriamo a far parte del mondo circondati da fiocchetti rosa e blu che ci assillano fin dalle nostre ecografie e che soffocano il nostro respiro e la nostra voglia di libertà e sperimentazione. Non possiamo scegliere con quali giocattoli vogliamo giocare, che vestiti indossare, che spettro di emozioni provare, chi e come amare, se e quanti bambini crescere, come e quanto guadagnare… noi così non respiriamo.
3) T. “LE NOSTRE VITE NON POSSONO ESSERE SOLO SOPRAVVIVENZA!”
Come persone trans e dall’identità non conforme agli stereotipi di genere, rivendichiamo innanzitutto l’uso della parola come strumento di accettazione della complessità e variabilità umana.
Sentiamo il forte bisogno di instaurare dialoghi e discussioni, a partire dalle famiglie e dagli ambienti scolastici, sul genere, sulla sessualità, sull’accesso al mondo del lavoro, sulla salute e sulla sua tutela.
Sentiamo che c’è un problema di accettazione, dovuto a ignoranza e paura, che porta le persone che vivono una transizione a sentirsi sole, abbandonate, sbagliate, influendo e condizionando le loro possibilità di costruirsi la vita che desiderano e a cui hanno diritto.
Abbiamo bisogno di essere visibili e riconosciut* come persone – al di là dell’accettazione o rifiuto in quanto trans – perché solo così potremo cercare un lavoro, una casa, un percorso di studi che sia conforme alle nostre aspettative: riconoscere che l’essere trans non è una malattia deve anche significare l’accettazione della nostra esistenza, sia nel mondo del lavoro, sia nei percorsi accademici, sia nella ricerca di una casa, garantendoci sicurezza, dignità, accessibilità alle stesse condizioni di qualsiasi persona.
La prostituzione ha costituito per molt* di noi la sola possibilità di avere indipendenza dalle famiglie e riconoscimento della nostra identità, e perciò di certo non la disprezziamo, ma neppure possiamo accettare che sia la sola possibilità che ci è offerta: solo con il lavoro e un reddito adeguato, con il sostegno delle famiglie e delle persone amiche, potremo dedicarci con amore anche alla cura di noi stess*, accedendo al servizio sanitario ed evitando comportamenti pericolosi, senza mettere continuamente a rischio le nostre vite anche sotto questo punto di vista.
Ci piace l’idea del reddito universale di autodeterminazione non perché risolverà tutti i nostri problemi, economici e non, ma perché crediamo inciderà sulla nostra possibilità di scelta, sulla libertà di poter fare un percorso di transizione che sia semplicemente vissuto come un percorso di crescita.
Si dice che i diritti siano di tutt* e per tutt*, pretendiamo che siano finalmente applicati a qualsiasi essere umano, al di là di genere, status, identità sessuale, provenienza geografica, situazione giuridica. Le nostre vite non possono essere solo sopravvivenza!
4) METICCIATO E INTERSEZIONALITÀ
Siamo meticc*, siamo lgbtqia+.
Intersezionalità non è una parola che va di moda o un esercizio di stile, è ibridazione, mutamento mai finito, sperimentazione oltre i limiti della norma e della banalità, oltre i confini che chi governa traccia intorno alle nostre esistenze.
È il pensiero della trasformazione, che si contrappone al mito della purezza della razza, o della nazione, o della comunità, della identità, sognato da tutti i Salvini e i Fontana, ma anche i Minniti.
I gitani, gli ebrei e tutti gli apolidi sono stati drammaticamente l’incubo dei nazi-fascismi del secolo scorso, insieme alle donne lesbiche classificate come a-sociali perché non avevano alcuna intenzione di contribuire alla riproduzione della razza e, ovviamente, gli uomini gay.
Oggi nelle metropoli europee meticciato e intersezionalità sono una condizione fondamentale della produzione e quindi della vita. Se è vero che ancora oggi le linee del colore, in tutto il mondo, segmentano i popoli, allora riconoscersi meticce significa praticare un esercizio di stare assieme, fuori e contro le linee di forza del comando, significa non accettare le deportazioni e abbattere i confini di fronte a sé. Lo stesso si può dire per le segmentazioni costruite lungo gli assi del genere, della ricchezza o della povertà, dell’abilità e della disabilità, dell’umanità e della disumanizzazione.
Classe, Genere, Razza. Questi criteri di suddivisione si formano e cominciano ad essere operativi ed efficaci dall’inizio della modernità proprio perché non isolabili gli uni dagli altri. La loro forza e durevolezza è garantita proprio dalla loro inestricabilità.
Le forme di oppressione non si intersecano in un solo punto. Per questo risulta artificioso e inefficace isolare questi criteri di oppressione. Se pensiamo di poterli vedere con maggiore precisione osservandoli nella loro purezza, allora costruiamo un’immagine falsata e parziale della storia materiale di questi dispositivi. Rischiamo di parlare delle vite di alcune persone, quelle che hanno il privilegio di vivere sulla loro pelle solo precarietà o solo discriminazione di genere.
Ma queste soggettività privilegiate non esistono, sono esse stesse la reiterazione di un mito di indipendenza che si fonda sullo sfruttamento di altre vite. Proprio le soggettività che vivono nella claustrofobia di queste multiple gerarchizzazioni possono riconoscerle e avanzare verso una liberazione che metta il mondo sottosopra.
Per noi non ha senso “essere italiani”, siamo una generazione cresciuta con la musica, il cibo, la letteratura, i film e gli stimoli provenienti da ogni parte del mondo. Noi non abbiamo sempre genitori italiani, ma nemmeno sempre genitori migranti e per di più nemmeno genitori provenienti dallo stesso paese. In una classe quello seduto al primo banco ha la cittadinanza, quella subito dietro no, ma sono nati nello stesso ospedale, il loro giocatore di basket preferito è lo stesso e il kebap è la migliore idea per entrambi quando vogliono mangiare fuori.
Che vuol dire che solo uno è “italiano”? Siamo meticci.
Allo stesso modo, Le mie amiche sono tendenzialmente eterosessuali, lesbiche, transgender, bisessuali, pansessuali, sono fortunat*…ho tantissime amiche. I miei amici sono intersessuali, F to M, gay, asessuali…sono fortunat*…ho tantissimi amici. * mi* amic* sono queer.
Che vuol dire che uno di noi è “normale”? Siamo orgogliosamente LGBTQIA+.
Siamo meticc* e lgbtqia+, e rifiutarsi di continuare a produrre e ri-produrre una società basata sulla segregazione e sull’oppressione non può essere un privilegio e non c’è nessun* che possa dire agli altri “io so come fare”. Meticcio e queer per noi significano lo stesso rifiuto di confini e privilegi, di volta in volta ci troviamo a fronteggiare le esclusioni in base alla razza, al genere e alla classe sociale. È il nostro modo di esprimere ogni forma del desiderio di una generazione che dai primi anni di scuola cresce intersezionale sia per provenienza etnica sia per identità di genere, accumulando una potenza che crediamo vada investigata ed alimentata, sia in termini di consapevolezza che di rivendicazione.
Siamo LGBTQIA+, ma vogliamo mettere le tende su quel + che esprime l’eccedenza dei corpi che sfuggono e oltrepassano i confini. Meticcio e frocio sono insulti che abbiamo reclamato e di cui ci siamo appropriati. Siamo bastardi e siamo strani.
Siamo pronti ad assumerci questi termini, perché le nostre classi fin dall’asilo sono animate da prime, seconde e terze generazioni di persone provenienti da tutte le parti del mondo. Perché le lezioni di educazione all’affettività o di tecnica della contraccezione ci sembrano del tutto inadeguate. Perché le nostre passioni non si fermano davanti a stereotipi nazionali e dominanti. Perché crediamo sia assurdo che, mentre merci e oggetti attraversano con tanta facilità i confini, a persone che scappano dalla guerra e dalla povertà per cercarsi una vita degna, venga imposta l’illegalità.
Non crediamo nelle distinzioni dettate dal luogo di nascita e dai documenti, non crediamo nella divisione del mondo in alpha e beta; vogliamo essere liberi*e lo vogliamo subito.
Siamo consapevoli che chi non ha i documenti si trova in una situazione di terribile negazione di diritti e dignità, oltre che di esistenza, ma anche la condizione dei ‘fortunati’ non è troppo libera. La prigione dalla quale vogliamo fuggire è proprio simboleggiata dalle due caselline: legale/illegale, bianco/nero, uomo/donna, etero/omo, ricco/povero a ripetizione e purtroppo all’infinito.
Siamo con le soggettività che non solo vivono l’intersezionalità ma la incarnano nei loro corpi come chi scappa dal proprio paese perché gay, lesbica, transgender e/o donna, il paradosso è completo. Vogliamo documenti per tutt*, ma crocette per nessun*, perché nessuna persona è illegale e nessuna persona è normale.
Parliamo di meticciato e non di multiculturalismo o integrazione proprio perché mettiamo in gioco le nostre identità, inventiamo corpi e comunità mai viste né immaginate prima.
Le utopie non le sogniamo, le costruiamo. Vogliamo abbattere i confini, quelli fisici e quelli che abbiamo in testa, siamo potenza e rifiutiamo il potere: vogliamo Liberazione.
5) VOGLIAMO UN’EDUCAZIONE AI DIRITTI E AL PIACERE
L’idea che l’uomo bianco cisgender eterosessuale rappresenti la normalità e che quindi sia il prerequisito per accedere a tutti i diritti va combattuta a partire dalla scuola e dagli altri luoghi della formazione.
Per questo chiediamo un’educazione sessuale e affettiva libera da stereotipi sessuali, che educhi al piacere, alla libertà e diversità dei corpi e dei modi che hanno di intrecciarsi tra di loro.
Vogliamo che la formazione sia per le nuove generazioni una stampella, uno strumento di emancipazione dall’omotransfobia razzista, dai ruoli di genere e dalla paura di non essere prestanti, di non essere normali.
Vogliamo l’accesso gratuito a contraccettivi e assorbenti affinché tutt* possano accedervi indipendentemente dalle proprie condizioni, proprio perché vogliamo che venga garantito il nostro diritto all’intimità, al sesso sicuro e a poter decidere sui nostri corpi.

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