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“Siamo vestite da ancelle per promuovere una resistenza contro la sottomissione.

Siamo davanti a un luogo simbolo di Milano, un luogo che raccoglie contraddizioni al suo interno, uno dei primi in città a fornire il metodo farmacologico per l’aborto volontario, uno dei pochi a Milano a garantire assistenza nell’interruzione volontaria di gravidanza del secondo trimestre, un punto di riferimento in Lombardia, dove l’obiezione di coscienza raggiunge quasi il 70% nelle strutture pubbliche. Allo stesso tempo però ospita gli antiabortisti del centro di aiuto alla vita.

Oggi, esattamente 40 anni dopo la legge 194 del 22 maggio 1978, rivendichiamo e riaffermiamo i nostri diritti.

Ancora e sempre di più, si sta facendo politica, strumentalizzando il corpo delle donne e cercando di limitare la nostra libertà d’azione e di pensiero.
Fascisti e Provita, entrambe emanazioni dello stesso sistema misogino e patriarcale, operano un costante lavoro d’inversione semantica:
esercitare il diritto all’aborto diventa “strage di stato” per Forza Nuova, oppure, “la prima causa di femminicidio” per i Provita.

Vorrebbero toglierci il diritto all’aborto, che ci è stato lasciato dalle donne che prima di noi e anche per noi hanno lottato.

Margaret Atwood nel suo The Handmaid’s tale, il Racconto dell’ancella, scrive di un futuro distopico in cui le donne vengono considerate solo in relazione al loro valore riproduttivo, schiacciate da una dittatura religiosa, militarizzata e miope.

Un futuro che abbiamo già visto compiersi nel passato, tra sfruttamenti coloniali e schiavistici, dittature, totalitarismi e controllo dei corpi delle donne subalterne. Così noi ci sentiamo sempre di più spettatrici di una distopia in costruzione, un costante racconto dell’ancella, in cui le donne fertili sono costrette alla gravidanza e in cui le donne acquistano valore solo se madri.

I nostri abiti, oggi, sono una provocazione e un monito.

Abbiamo un diritto attualmente, ma a guardar bene ci sono ostacoli più subdoli e silenti delle grida fasciste e dei piagnucolii Provita.
In Italia dal 2010 la percentuale media di obiettori è arrivata al 70%. Dunque 7 volte su 10 una donna trova biasimato e negato un suo diritto. In Lombardia solo in 5 strutture l’obiezione è inferiore al 50%. Sono ben 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80%.

Questo costringe le donne a spostarsi e a cercare soluzioni in altre città, in una corsa contro il tempo.

Per tamponare il problema dell’obiezione di coscienza, gli ospedali fanno contratti esterni: i cosiddetti gettonisti sono costati, nel 2014, circa 255 mila euro. Inoltre nelle università non c’è formazione sull’aborto, le nuove generazioni di ginecologhe e ginecologi sono spinti a non occuparsene.
Cosa succederà quando i medici preparati andranno in pensione?

Le strutture ospedaliere prenderanno in mano la situazione? Cercheranno di tutelare la salute delle donne? La Regione dovrebbe occuparsene, lo Stato dovrebbe occuparsene, ma Regione e Stato giocano a scaricabarile e non se ne occupano: questa è violenza istituzionale e discriminazione di genere, perché la mancata assistenza sull’aborto colpisce selettivamente le donne.

La nostra è anche una lotta di classe.
Le donne che potranno permetterselo, visto negato il loro diritto in Italia, potranno recarsi in stati civili e finalmente abortire.
Ma le donne che non possono permetterselo a livello economico? Le donne migranti a cui di fatto viene impedito di viaggiare perché gli vengono negati i documenti? Cosa dovrebbero fare? Aborti illegali, buttarsi dalle scale, usare i ferri da maglia, assumere il Misoprostolo, come fino a pochi anni fa si assumeva il Cytotec?

Queste sono le soluzioni che ci vengono presentate da una società convinta di aver pieno diritto sui nostri corpi, una società che ci vede come incubatrici.

L’Organizzazione mondiale della sanità parla di quasi 50mila donne morte all’anno a causa di un aborto non legale e quindi non sicuro. Questi si chiamano, tecnicamente, femminicidi. Invece di far diminuire questo numero, vogliamo farlo aumentare?

Vogliamo la 194 e vogliamo molto di più. Pieno accesso all’aborto farmacologico e porre fine all’indifferenza degli obiettori che diventa rifiuto di curare.
Contraccezione gratuita per una sessualità che metta al centro il piacere.
Possibilità di immaginarci la vita fuori da ogni ruolo di genere imposto.

Il diritto all’aborto c’è e vogliamo poterlo esercitare.

E ora i nostri promemoria:
Ai ginecologi e ginecologhe, (ma anche ostetriche, farmaciste, medici di base): “Dovreste fare il vostro lavoro: siate medici, non giudici”
Agli uomini Provita vogliamo dire che la faccenda non vi riguarda.
Alle donne Provita invece diciamo: “Siete contro l’aborto? Non abortite”.

Il 26 maggio N1DM in tutta Italia tornerà a parlare di 194 e dei nostri diritti. A Milano ci vedremo nei giardini della Guastalla dalle 15.30.”

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