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Un corpo post organico

Il 1999 era l’anno in cui Matrix usciva nelle sale cinematografiche, pronto ad affermarsi come il film cult in cui viene messo per la prima volta sotto gli occhi di tutti il tema del rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Era l’anno in cui Matrix usciva nelle sale cinematografiche, pronto ad affermarsi come il film cult in cui viene messo per la prima volta sotto gli occhi di tutti il tema del rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Proprio quell’anno, il 1999, Cronenberg produsse eXistenz, un film decisamente meno conosciuto di Matrix ma che poco ha da invidiare rispetto alla tematica affrontata.

eXistenZ infatti è un game pod ottenuto dalla fertilizzazione di uova di anfibio imbottite di DNA sintetico”. Per usarlo, i giocatori devono farsi installare una bioporta tramite la quale ci si può connettere al pod, con una sorta di cordone ombelicale che parte dal controller e penetra direttamente dentro alla carne viva del corpo umano. Una volta connessi, i giocatori vengono catapultati in una realtà existenz-1completamente virtuale, e vivono direttamente l’esperienza del gioco utilizzando non solo la vista, il tatto e l’udito, ma il corpo intero per relazionarsi con l’ambiente e i personaggi che si trovano davanti. Va da sé che la confusione tra i mondi, quello reale e quello artificiale, è il cuore della narrazione attraverso il quale Cronenberg torna a mostrare come le tecnologie agiscano e interagiscano con l’uomo. Proprio come in Matrix, la creatura, sia essa un’Intelligenza Artificiale o un pod, si alimenta grazie all’energia prodotta dall’uomo, rendendosi di fatto autonoma nel funzionamento dal suo creatore: E’ collegato con te, sei tu l’ alimentazione: il tuo corpo, il tuo sistema nervoso, il tuo metabolismo, la tua energia.” spiega nel film Allegra Geller, game designer creatrice di eXistenz. Ma rispetto a Matrix, Cronenberg riesce a mettere sotto i riflettori la carnalità del rapporto tra l’uomo e la macchina e lo fa in maniera visionaria ed estremamente lucida. Come in Videodrome, mostra l’indistinguibilità della carne biologica da quella tecnologica, l’ibrido della “nuova carne” (the new flash) che vive e respira proprio come un essere vivente biologico: il pod si innesta nella carne umana e soddisfa il desiderio di piacere dei giocatori permettendo loro di scappare in un’altra realtà, abbandonare questo mondo per cercarne uno nuovo.

Cronenberg mette in mostra la centralità del corpo nella relazione tra uomo e macchina, perché è li che si iscrive la nostra esperienza.

 

Incontri ravvicinati

Pokemon Go non è lontanamente simile a eXistenZ: non ha una tecnologia cosi sofisticata, non “respira” come il pod di Allegra Geller, non richiede una connessione cosi traumatica come l’installazione della bio porta. Al contrario, questo giochetto che fa impazzire il mondo, ha una stuttura di gioco piuttosto semplice e una tecnologia conosciuta ormai da quasi vent’anni, usata prima dal Pentagono e dai militari, poi diffusa in differenti modi: Layar, Wikitude, Aurasma, GoogleGoggles… le app che si possono scaricare per creare o fruire la realtà aumentata sono numerose; giornali, riviste e pubblicitari ne hanno già sperimentato le potenzialità dal punto di vista editoriale; musei e mostre ne fanno utilizzo per raccontare e mostrare le opere esposte; si possono visitare luoghi antichi o vedere futuri progetti nelle città prima che vengano realizzati… pre farvi un’idea di quello che potremmo trovarci davanti guardate questo video. Ma questi oggetti digitali sono rimasti oggetti digitali: ancorati li, alle loro coordinate GPS e ai loro marker, restano semplici interfacce tra l’uomo e la realtà fisica. Invece, ora che sono creati, i Pokemon popolano questo mondo e potremmo dire, sono davvero vivi, parte stessa dell’ambiente e della realtà che viviamo. Non fa differenza che non si possano toccare: possiamo vederli, fotografarli, o farci dei video mentre interagiamo con loro in pressochè ogni luogo della nostra quotidianità e questo basta a infrangere “lo schermo” che separa la nostra esistenza dalla loro. Cosi, sotto gli occhi di tutti, i mondi si mescolano.

pokemNon è nuova la tecnologia della Realtà Aumentata (che in effetti in altri contesti ha utilizzi ben più utili e interessanti), né lo è la Realtà Virtuale, lanciata e poi messa da parte negli anni ’90 per far spazio alla crescita di Internet. Entrambe esistono da almeno 20 anni eppure Pokemon Go per la prima volta ha messo questa tecnologia a contatto con milioni di persone che ne hanno fatto esperienza diretta. Che cos’è successo? Che queste milioni di persone erano (e sono tuttora) totalmente impreparate a questo “incontro ravvicinato”.

Deleuze distingue il possibile, ciò che potrebbe esistere ma forse non esisterà mai, dal virtuale, cioè ciò che produce i suoi effetti prima ancora di “essere realizzato”.

La virtualità è stata sempre parte della vita umana, sin dall’esistenza delle prime forme di linguaggio. Le grandi rivoluzioni nel campo delle tecnologie linguistiche hanno sempre portato con sé un nuovo modo di vedere il mondo: l’alfabeto, la stampa, i media elettrici e poi internet hanno diffuso nuovi paradigmi culturali tra gli uomini e l’ambiente circostante, modificandone abitudini, pensieri, linguaggi… Questa è la lezione di Mac Luhan e della sua famosa affermazione “il mezzo è il messaggio”. “Le tecnologie di elaborazione dell’informazione incorniciano il nostro cervello in una struttura” dice De Kerchove qualche anno più avanti, e spiega che queste strutture, che chiama “brainframes” sono possibili perché il nostro cervello è un “ecosistema biologico in costante dialogo con la tecnologia e la cultura”.

Alla Code Conference 2016 Elon Musk (proprio lui, quello della PayPal-mafia, di Testla motors…) ha affermato: “There’s a one billions chance we’re in base reality”, per arrivare alla conclusione che i giochi diventeranno indistinguibili dalla realtà. Non appena Pokemon Go ha dimostrato al mondo il suo successo (per la prima volta, qualcosa ha superato il porno nelle ricerche online), tutti i grandi colossi della tecnologia si sono accalcati a dichiarare che lo sviluppo dell’ AR è al centro della loro agenda.

Un articolo pubblicato da The Guardian  il 25 luglio 2016 sottolinea che Pokemon Go non sarebbe mai stato possibile senza Google (che ha acquistato la Niantics); che Eric Schmidt, CEO di Google, è a capo del tavolo di innovazione del Pentagono; che tra l’inizio del 2009 e la fine del 2015 Google ha incontrato 427 volte la Casa Bianca.

Perchè mai questo dovrebbe darci fastidio? Ogni grande innovazione, ormai, è prodotta grazie all’acquisizione. Tutti sanno che ogni volta che usiamo un qualsiasi device produciamo dati, di diverso tipo e di diversa importanza, e che questi dati vengono sistematicamente intercettati ed elaborati dalle grandi corp e dai governi. Ma sappiamo qual è il valore dei nostri dati?

Anestesia del sentire”

La saturazione di stimoli provocata dal bombardamento mediatico in ogni luogo e in ogni momento, l’iperspecializzazione voluta a forza dal sistema educativo (affiancata dalla distruzione della scuola pubblica), la dematerializzazione di ciò che abbiamo intorno (dalla musica alla moneta) e poi l’estenzione sensoriale prodotta dalle tecnologie sono le principali condizioni che hanno prodotto una “mutilazione sensoriale” inducendo a “uno stato di torpore della percezione di sé e del mondo, a un’anestesia del sentire”, cioè della possibilità di costruire la propria esperienza e la propria memoria attraverso i sensi.

Aggiungeteci che già si possono comprare dei supporti tecnologici per aumentare il proprio corpo attraverso sensi artificiali. E’ questo ad esempio lo scopo di Cyborg Nest, che vende un sensore di orientamento integrabile con il proprio corpo senza bisogno di interventi chirurgici: “This is not a device or a gadget: this technology evolves with you” recita il video promozionale di North Sense, “il modo più rapido per diventare Cyborg”.

Il nostro rapporto con il mondo è cambiato, perché è cambiato il mondo: nel paesaggio che abbiamo intorno le cose e la loro rappresentazione si confondono grazie a immagini, video, pubblicità, stampanti 3d, visori di realtà simulate… cosi, grazie alla sua potenza e alla sua pervasività, la tecnologia può iscriversi nel nostro sistema nervoso: l’invasione della tecnologia nel nostro corpo è possibile proprio perché l’ambiente che viviamo è già artificiale.

Ma il cyborg non è una questione di tecnologia ma di organizzazione sociale. Come spiega Antonio Caronia ne “Il corpo virtuale”:

Le tecnologie virtuali, interattive, multimediali, cambieranno naturalmente il nostro modo di vivere, di pensare, di vedere il mcg_devmondo, di considerare essenziali certe cose e accessorie certe altre. Tutte le tecnologie innovative l’hanno sempre fatto, dalla pietra scheggiata all’aratro, dalla ruota alla scrittura, dalla stampa al telefono. Le tecnologie dell’oggi, però, non si limitano ormai più a potenziare l’uno o l’altro dei nostri sensi, l’una o l’altra delle nostre facoltà mentali. Le simulazioni digitali giocano su un terreno molto più globale. Le realtà virtuali, per esempio, mettono in gioco lo strumento primario del nostro rapporto col mondo, qualcosa che è più di uno strumento perché costituisce il fondamento del nostro senso di identità: il nostro corpo. Nel ciberspazio integrale delle realtà virtuali il nostro corpo si raddoppia, si moltiplica all’infinito, acquista illimitate possibilità di travestimento.

La crisi del soggetto è strettamente legata alla fusione del mondo artificiale e quello che consideriamo naturale. La Realtà Aumentata è più subdola delle Realtà Virtuali, perché mescola e confonde: non rimpiazza il mondo reale con uno simulato, è la combinazione dell’uno e dell’altro. Gli ambienti diventano indistinguibili.

Pokemon Go dimostra che “un altro mondo è possibile” non ha più niente a che fare con l’immaginario che da Seattle in poi ha alimentato il movimento dei movimenti contro la globalizzazione neoliberista. Grazie alla tecnologia oggi è il potere stesso che confeziona mondi possibili, con tutte le conseguenze che conosciamo. La più triste? Oggi che potenzialmente il mondo iperconnesso fornisce strumenti sufficientemente potenti da consentire un’organizzazione in tempo reale da un capo all’altro del pianeta non vi è nulla di lontanamente simile alla capacità dei movimenti di coordinare le lotte su scala globale.

Vogliamo tutti i soldi di Google

Uscito circa un anno fa, Ex Machina racconta la storia dell’inventore di una enorme corporation tecnologica, la Blue Book ovvero una versione fantasiosa di Facebook o Google. Il film ruota intorno al test di Turing che un giovanissimo coder deve fare ad una sofisticatissima e antropomorfa intelligenza artificiale sviluppata proprio grazie a tutti i dati accumulati ed elaborati dalle connessioni degli utenti di Blue Book.

314010ef7643e456cced2d7c8971df06194d1e8ba483301e8507b6d040f5a558Blue Book. Ecco la cosa stupefacente dei motori di ricerca. Era come… petrolio in un mondo che non ha inventato la combustione interna. Troppo materiale grezzo. Nessuno sapeva cosa farci. Vedi, i miei concorrenti erano fissati sull’attirare e monetizzare via shopping e social network. Pensavano che fossero una mappa di cio’ che la gente pensava.

Ex Machina – Ava Session 2

Le reti sociali rappresentano il più grande stravolgimento nelle modalità di relazione umana. Negli ultimi anni, dopo il DataGate, si è parlato molto di Big Data economy, del valore che hanno dati che produciamo attraverso le nostre connessioni, relazioni, conversazioni, in pratica attraverso ogni tipo di interazione con un device elettronico connesso. Siamo noi che produciamo la ricchezza di Facebook, Google etc: servizi proprio per questo offerti gratuitamente all’utente, che in cambio firma un patto con il diavolo. Un miscuglio di previsioni di mercato e di controllo sociale, ecco ciò che viene comunemente in mente quando si parla di violazione della privacy e acquisizione dei dati che ci riguardano. Ma se invece il valore fosse un altro?

Google, Facebook e co non sono semplicemente dei social network o dei servizi che usiamo per connetterci e fare una cosa piuttosto che un’altra nella maniera più semplice e veloce possibile: sono tra i più avanzati centri di ricerca tecnologica al mondo. Nel 2013 Mark Zuckemberg ha dato il via a FAIR, il Facebook Artificial Intelligence Research, un programma di ricerca che colleziona le migliori teste nel campo dello sviluppo dell’intellenza artificiale con l’obiettivo di affermarsi come il miglior centro di ricerca al mondo: in poche parole, avere il predominio sull’intelligenza artificiale.

Per aiutare le macchine a capire meglio la realtà, il team di FAIR insegna loro a rappresentare le relazioni tra differenti elementi attraverso differenti vettori, dalle immagini, ai post, commenti foto video… il progetto si chiama Embed the world, potete vedere meglio di cosa si tratta in questo video https://youtu.be/KhJrJvGI13k. E non è finita qui. Esiste un altro progetto, chiamato Facebook M, un’intelligenza artificiale con un approccio differente rispetto alle già conosciute Siri, Cortana o Google Now: Siri infatti può mandare messaggi, ma M può prenotarti un volo e pianificare il viaggio. Un progetto di ricerca su scala globale, che proprio perché fondato sull’acquisizione e l’elaborazione ha bisogno di più collaboratori possibili: per questo Facebook ha di recente provveduto a donare a 15 gruppi di ricerca server per un totale di 1,3 miliardi di dollari e l’Italia non fa eccezione. Anche qui si lavora per sviluppare algoritmi in grado di apprendere e comprendere il contenuto dei video, riconoscendone gli oggetti in una scena dinamica senza l’intervento umano.

E ancora, potremmo parlare di Deep Text, lanciato da Zuckemberg, che classifica il contenuto testuale che passa dalla sua piattaforma, Messenger compreso: all’incirca due trilioni di post, con i quali profilano ancora meglio cosi da offrirci prodotti e servizi adatti ai nostri interessi e alle nostre esigenze. Cosi il social network diventerà a tutti gli effetti un ecosistema chiuso all’interno del quale si potranno fare acquisti, scambiare denaro, telefonare… anzi, sarà l’Intelligenza Artificiale a farlo per noi, che nemmeno dovremo sforzarci di pensare cos’altro possiamo consumare: basterà aspettare che l’AI elabori il contenuto dei messaggi che digitiamo per offrirci un taxi, una pizza, un paio di scarpe…

facebook-534231_960_720Molto simile la nuova app di messaggistica lanciata nei giorni scorsi da Google: Allo, che a tutte le funzioni che ben conosciamo di WhatsApp affianca un’Intelligenza Artificiale in grado non solo di facilitare la scrittura del testo apprendendo dal linguaggio degli utenti, ma anche di dare suggerimenti, informazioni e risposte rispetto a quanto digitato. Anche a Mountain View insomma si sono adoperati da tempo per non restare indietro nello sviluppo della più promettente e redditizia tecnologia che entrerà nelle nostre case nei prossimi anni… e per usare al meglio tutto quel materiale grezzo, quella fonte illimitata di interazioni testuali, vocali, facciali e via dicendo a cui entrambi possono accedere.

Ecco dunque il vero valore dei nostri dati. Difendere la privacy e dotarsi di strumenti indipendenti in grado di crittografare i dati e proteggere l’anonimato degli utenti è importante, e ancora di più lo è aprire un dibattito pubblico e permettere agli utenti di poter scegliere e usare la tecnologia senza che corporation e governi possano accedere indisturbati nei nostri device e accendere telecamere, microfoni, immagini, messaggi e tutto ciò che può essegli utile per implementare i loro progetti. Questo almeno per due motivi:

1) Se siamo parte di un progetto di ricerca, vogliamo essere parte anche del processo decisionale che riguarda l’utilizzo di tecnologie tanto potenti.

2) Se siamo parte di un processo che genera guadagno, vogliamo essere pagati per il lavoro che facciamo.

La possibilità di elaborare quest’immensa miniera di relazioni sociali mette chi la possiede in una posizione strategica centrale per imporre nuove forme di controllo. Dietro alle interfacce semplici e affascinanti che ci propongono si nascondono gli algoritmi che ridefinendo l’ambiente tecnologico con cui interagiamo, ridefiniscono la nostra stessa maniera di interagire con le persone e con il mondo senza nemmeno lasciarci il tempo di comprenderlo.

Infine, come suggerisce ancora Ex Machina, torna il tema del corpo. Dare un corpo antropomorfo a una macchina, a un’AI è necessario per rendere più efficace l’illusione, per incantare e distrarre: il corpo è la nostra prima interfaccia con il mondo ed è dunque sempre stato un elemento centrale per il controllo e lo sfruttamento. Allo stesso tempo però è anche l’unico “supporto” in grado di scatenare reazioni chimiche che non sono codificabili in algoritmi, e per questo innescano conseguenze, feedback non prevedibili.

Leave or Remain?

A noi piace pensarla come scrive Donna Haraway nel suo Cyborg Manifesto: per lei l’accoppiarsi del biologico con la macchina non significa sporcare una purezza originale del corpo. Al contrario, quell’intenso piacere della tecnica è una nuova possibilità di costruire mondi, di rapportarci con l’altro in modo non distruttivo e dominatore. Il dualismo che da Platone in poi ha affetto la società occidentale viene spaccato finalmente dalla figura del cyborg: né uomo né donna, né corpo né macchina, è un essere né artificiale né naturale. Scrive la Haraway che “la politica del cyborg è la lotta per il linguaggio, contro la comunicazione perfetta, contro il codice unico che traduce perfettamente ogni significato”.

Vogliamo mettere al centro una discussione su come fare in modo che le tecnologie, grazie alla loro capacità di aumentare i nostri sensi e le nostre facoltà cognitive e fisiche, possano essere strumento di liberazione, e impedire così la deriva distopica che già comincia ad apparire, dove la tecnocrazia regna su un mondo in cui saranno le tecnologie dei vari Google, Facebook, Amazon, Apple a usare noi e non viceversa.

Questa tecnologia che abita il nostro corpo e il nostro mondo, che tanto pare stupida e inutile nelle mani dei Pokemon Master, tanto potrebbe essere meravigliosa e potente se saremo in grado di dotarci degli strumenti adatti per metterci le mani e hackerarla, e sottrarre tutto questo sapere che abbiamo prodotto dal portafoglio dei signori della Silicon Valley.

@Cyb_res

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