Tanti sono i fascismi turchi.

Il più noto, oggi, è quello istituito da Erdogan promuovendo da piu’ di dieci anni l’islamizzazione della società. Reintroducendo elementi confessionali nello Stato laico, (ad esempio consentendo di indossare il velo negli edifici pubblici), questo percorso sta portando la Turchia sempre più vicina ai desiderata autoritari dell’Islam politico, accarezzando un disegno di grande potenza neo-ottomana.
Il 7 Giugno del 2015, di fronte alla prima netta sconfitta elettorale, ha mostrato il suo volto più feroce, rifiutando il risultato delle urne, convocando nuove elezioni, da svolgere però sotto il ricatto permanente di una guerra civile contro il movimento di liberazione curdo e una strategia della tensione è contro la stessa società turca.
Ambiguo sostenitore dello Stato Islamico, punto di riferimento della fratellanza msulmana, Erdogan si è servito in questi anni della retorica del conservatorismo religioso non meno che di quella del nazionalismo, approfittando del sostegno di diversi fascismi, giocando gli uni contro gli altri e soprattutto gicandoli tutti contro le aspirazioni di libertà ed eguaglianza.
Ad esempio, l’esercito, per combattere le sue guerre, si e’ servito di gruppi integralisti come la hezbollah turca. Cosi’ come il partito islamista Akp non ha esitato ad avvalersi di formazioni ultranazionaliste come i lupi grigi (ufficialmente all’ opposizione), contro le minoranze curde e i progressisti.

Non è molto distante da Erdogan l’imam Gulen, oggi indicato dal governo come mandante del colpo di stato. Si avvicinano talmente che fino a pochissimi anni fa proprio l’appoggio gulenista era stato di fondamentale importanza per assicurare la vittoria dell’Akp.

Tuttavia nessuno che abbia memoria dei colpi di stato in Turchia e del vero significato della tutela militare della repubbica turca può illudersi sul carattere progressista di questa istituzione. Un autoritarismo che ha risolto le contraddizioni della società a suon di arresti e che è stato guidato, da sempre, da quelle strutture del tipo “stay behind” che erano così importanti durante la guerra fredda e così usuali nel mediterraneo (ma evidentemente risultano oggi un po’ inadeguate ai tempi). Ergenekon, l’ultima figlia dello “stato profondo”, interna all’esercito, balzata agli onori delle cronache, non è che il piu’ recente capitolo di una lunga storia. Il cui scopo piu’ facilmente percepibile e’ l’esigenza di garantire la fedeltà atlantica di un paese strategico e organizzare la controinsurrezione contro i comunisti, pacifici o armati che siano.

E’ difficile schierarsi, è difficile analizzare, è difficile giudicare in questo bosco di diversi fascismi che sono paradigmatici dei tanti che abbiamo in Europa. Le cose poi si complicano quando consideriamo che non è il tifo che ricerchiamo, ma la capacità di prendere una posizione che cambi lo stato di cose presente.

A questo scopo, possiamo cercare di leggere la Turchia come uno specchio dei tanti fascismi che affliggono il continente europeo, il Mediterraneo e il Medio oriente. Tre aree geografiche di cui la Turchia fa parte a pieno titolo.
Di fronte alla Brexit ci troviamo a respingere con una sola voce il nazionalismo e la tecnocrazia, entrambi proposti nel nome del più fedele neoliberismo ed entrambi nemici della democrazia, laddove il primo prevede il rifiuto delle minoranze, la cacciata dello straniero, l’istituzione delle frontiere in barba ai dirtti umani e il secondo prevede la sospensione della consultazione popolare, il governo delle elites di fronte all’incapacità del popolo bue.
Non dobbiamo temere di contrastare in ogni modo l’avanzata dell’Islam politico (quello dei fratelli musulmani) o della predicazione wahabita (al soldo degli emiri del petrolio) solo per timore di essere confusi con Salvini o Le Pen. Allo stesso modo dobbiamo contrastare l’apartheid del governo israeliano, senza paura di essere confusi con le teocrazie saudita o iraniana.
Di fronte ai regimi militari, dobbiamo sapere che Al Sisi, il macellaio di Regeni e di tanti altri giovani, assomiglia a Franco, ai colonnelli Greci, a tutto quello che siamo abituati a chiamare e respingere come fascismo.

Dobbiamo riconoscere i fascismi e chiamarli con il loro nome.
Il fascismo è un califfo che dichiara di vendicare il colonialismo schiavizzando le donne infedeli, è un cinico leader che in giacca e cravatta promette di aumentare i salari agli inglesi cacciando i lavoratori polacchi e affogando gli africani nel mediterraneo, un militare che garantisce la pace, o meglio l’ordine, a suon di torture.

C’è tuttavia un altro punto su cui possiamo provare a riflettere nella Turchia, e in questa crisi, l’Europa tutta.
Cosa significa democrazia?
E’ una parola vuota di significato se assume un carattere nazionale o religioso, discriminando dunque le minoranze. Altrettanto se si riduce alla nomina per suffragio universale di rappresentanti svuotati di ogni competenza, ad esempio perchè succubi di un prevalente potere della finanza. Di nuovo è vuota quando si combina alla cancellazione dei diritti umani e delle libertà per tutti, producendo una “volontà popolare” frutto di ignoranza e terrore.

Non è un caso, a questo punto, che il movimento di liberazione curdo che da tanti anni si oppone ad un numero così ampio di differenti fascismi abbia cambiato la sua natura negli ultimi 10 anni abbracciando il confederalismo democratico, ricercando la democrazia radicale e si sia ritrovato, lungo questo cammino, ad allearsi con i soggetti più diversi della società di Istanbul a Gezi Park, oppure in Siria durante una guerra, con milizie musulmane e cristiane di numerosi gruppi etnici.
La ricerca della democrazia radicale, comunque sia chiamata, è un lavoro sporco, perchè pieno di contraddizioni. Il fascismo invece è una lurida infamia, nonostante le sue contraddizioni.
Esiste una irriducibile differenza e sapremo sempre riconoscerla.