| Intervista ai giornalisti dell’Honduras |
Pubblicato in Americhe da RSK Crew
Martedì 03 Novembre 2009 17:11
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por Pablo Méndez - Montevideo Portal http://www.montevideo.com.uy/ (Traduzione a cura di www.cantiere.org) Uno speciale per il portale Montevideo, i giornalisti Giorgio Trucchi, Teodoro Díaz e Rodrigo Lópes riflettono sul lavoro fatto a Tegucigalpa. Secondo un servizio pubblicato da Reporteros Sin Fronteras, L’Honduras occupa una delle ultime posizioni in materia di libertà di stampa. L’Honduras scende al 128esimo posto in materia di libertà di stampa nella classifica realizzata dall’organizzazione Reporteros Sin Fronteras, che ha accusato il regime golpista di “imporre una strategia di silenzio” e “di zittire quei media che non godono del suo favore”. Giorgio Trucchi è un giornalista e fotografo italiano residente in Nicaragua che arrivò a Tegucigalpa un giorno prima del colpo di stato per partecipare alla consulta popolare promossa dal presidente Zelaya in modo che nei comizi del 29 novembre si installi una “quarta urna” che porti alla Assemblea Costituente. “Sono stato qui (a Tegucigalpa) in vari momenti, la prima volta il 27 di giugno. Arrivai per la consulta poi mi fermai qui per tre settimane perchè al posto della consulta popolare ci fu il colpo di stato. Tornai in occasione del viaggio che Manuel Zelaya intraprese fino alla frontiera tra l’Honduras e il Nicaragua, il secondo tentativo di rientrare nel paese, e ora sono tornato quando è arrivata la notizia che il presidente era qui nell’Ambasciata.” Ha commentato il giornalista. Nei momenti di forte tensione vissuti nei 70 giorni nei quali era in Honduras, Trucchi sottolineò la repressione avvenuta all’aeroporto di Toncontin il 5 di luglio, quando Zelaya realizzò il suo primo tentativo di rientrare nel paese con uno aereo prestatogli dal presidente venezuelano Chavez. Durante questi primi scontri morì la prima vittima del regime de facto, Iris Murillo. “Un altro momento davvero difficile fu il 30 di luglio quando diversi giornalisti furono aggrediti da parte delle forze di polizia e dell’esercito quando ci fu la presa delle strade da parte della resistenza. Direi però che la sensazione di pericolo è stata una costante per tutto questo periodo. Ci sono stati diversi momenti di tensione, ma quel che rimane è il timore da parte dei mezzi di comunicazione verso il comportamento repressivo del governo Micheletti”. “So che qualcuno è riuscito a sbirciare nei centri di detenzione, a scattare qualche foto, ma è proibito informare su ciò che sta succedendo. Qualche giorno fa è incominciata l’udienza preliminare contro i campesinos che furono arrestati dopo il tre mesi di occupazione dell’Instituto Nacional Agrario che sono ora accusati di sedizione contro lo stato. Anche in questo caso, nonostanti si tratti di un guidizio pubblico, ci è proibito entrare in aula. Non diedero accesso ai media per raccontare ciò che stava succedendo. Questo è un clima generalizzato, di censura! É stato difficile il lavoro qui in Honduras, e continua ad esserlo, la libertà di espressione si restringe e non si può scrivere normalmente su quello che accade”. Trucchi riconosce il fatto che la maggiore repressione è rivolta ai giornalisti e alla stampa nazionale che si oppongono al regime, però ricorda casi di tagli, detenzione e abuso contro i giornalisti internazionali: “Bisogna ricordare che il segnale di Telesur è stato totalmente censurato dallo stesso giorno del colpo di stato, poi la redazione fu subito espulsa dal paese. La stessa stampa internazionale percepisce una costante sensazione di timore per ciò che potrebbe succedere, così che dal 21 di settembre, giorno in cui ha fatto ritorno il presidente Zelaya, si è deciso di agire in gruppo in quanto, lavorare da soli, può essere pericoloso”. Dall’ambasciata Quando il presidente venezuelano Hugo Chavez informò che Manuel Zelaya era a Tegucigalpa corsero voci sul fatto che potesse essere alloggiato nella sede delle Nazioni Unite. Molti giornalisti e manifestanti raggiunsero quel posto, ma qualche minuto dopo furono informati che il presidente si trovava nella Ambasciata del Brasile: “i militari non ci lascivano entrare nella ambasciata, ci dissero che gli unici che potevano permettere il nostro ingresso erano il capo della Forze Armate e il presidente Micheletti. Praticamente nessun giornalista potè entrare, ciò che si sa viene da quelli che riuscirono ad entrare nello stesso momento in cui entrò anche Zelaya”. Uno dei giornalisti che riuscì ad entrare nella sede brasiliana fu Rodrigo Lópes, 34 anni, che lavora per il quotidiano Zero Hora di Puerto Alegre: “la maggiore difficoltà fu quella di riuscire ad entrare nell’ambasciata perchè c’erano barriere militari per tutto il perimentro dell’edificio. Io sono stato il secondo giornalista ad entrare. Le prime 24 ore nell’ambasciata sono state le più dure. Non c’era posto per dormire così ho passato la notte in cucina usando un pezzo di cartone come letto e lo zaino come cuscino. Potetti lavarmi, ma dovetti asciugarmi con della carta igienica perchè erano state portate via tutte le ascugamano. Il pasto, fornito dalle Nazioni Unite, rimeneva ore al sole nell’attesa che i cani della polizia potessero controllare, e a volte si guastava. Questo causò la diffusione della diarrea nell’Ambasciata”. “Quando arrivai a Tegucigalpa l’aeroporto era chiuso, per cui dovetti entrare via terra attraverso El Salvador, questa fu la prima difficoltà. Durante il tragitto passammo per sette blocchi militari, ai quali fui importunato per essere brasiliano”. Il giornalista riconosce che il coprifuoco, la sospensione delle libertà costituzionali e gli scontri tra la polizia e i manifestanti sono stati i momenti più difficili del lavoro, visto che incontrò delle limitazioni anche da parte della delegazione del presidente Zelaya. “Anche dentro l’Ambasciata c’era la censura. Zelaya e i suoi assessori stavano cercando in Internet quello che noi inviavamo ai nostri giornali. Ad un certo punto, a Zelaya non piacque una foto inviata dall’agenzia AP, nella quale appariva a testa bassa e solo. “Che mandino foto buone” disse, e convocò tutti i giornalisti ad una riunione. Il messaggio fu compreso. Stavamo lavorando tutti sotto pressione”. Lópes iniziò a lavorare nel giornale a 18 anni, e a 25 fu onorato con il Premio Iberoamericano dal Re di Spagna, per il servizio che realizzò durante le elezioni argentine nel 2003. Ora riflette sull’apprendistato svolto a Tegucigalpa. “Il lavoro ha richiesto, più che talento, una grande preparazione psicologica e fisica. Ho imparato a lavorare in zone a rischio dove era pericoloso. Ho anche imparato a svolgere il lavoro sotto censura, pressioni e difficoltà per ottenere le informazioni. Come dice quella famosa frase di Phillip Knithey: ”Nella guerra, la prima vittima, è la verità.”. A due voci Teodoro Díaz, giornalista dell’agenzia Ansa in Honduras ha una visione particolarmente critica nei confronti di alcuni articoli della stampa durante la dittatura: “Non esiste peggiore repressione contro i mezzi di comunicazione di quella esercitata con la complicità dei grandi impresari e padroni dei principali media che partecipano al Golpe e sostengono il regime de facto. Peggio ancora quando i giornalisti che lavorano per questi diventano portavoce ed elogiatori delle azione repressive contro altri media che non sono affini al dittatore. Mai prima c’era stata tanta divisione tra i giornalisti honduregni come in questa occasione, alcuni contro e altri a favore del colpo di stato. Praticamente quelli che lavorano per le principali radio e televisioni, e nei tre dei quattro giornali che circolano in Honduras, erano facilmente definibili golpisti per le domande e le posizione che adottavano durante le interviste. Díaz riscatta la possibilità di informare il mondo su quello che stava accadendo nelle strade di Tegucigalpa e denunciare il fatto che il regime aveva il controllo dei media locali e impediva l’accesso all’informazione agli honduregni. “E’ triste sapere che nonostante il rispetto per la autodeterminazione dei popolo, la comunità internazionale non si sia mossa in modo da ribaltare il colpo di stato nel più breve tempo possibile”. Trucchi mostra l’altra faccia della moneta di ciò che crea relazione tra giornalisti: “Credo sia naturale che indipendentemente da quale sia il tua agenzia, tu possa prendere posizioni, quando si nega che proprio la propria agenzia possa essere in qualche modo “ostruita”. Con la chiusura di Radio Globo e di Canal 36 si arriva all’episodio finale di una strategia di repressione dei confronti dei media che non riflettono le posizioni del governo golpista”. “E’ in momenti di crisi come questo, nelle guerre e nelle città mobilitate, che tocca all’essere umano definire chi sono i buoni e chi sono i cattivi. No c’è del buono in questa crisi: entrambe le fazioni si combattono per interessi politici ed economici” afferma Lópes, mentre Díaz sottolinea le differenze tra le parti in conflitto: “Non esiste un potere più malefico di quello che vede i gruppi conservatori militari, politici, impresariali e religiosi unirsi per assaltare il potere e ottenere il consenso popolare, e che con il cinismo più puro, si autodefiniscono credenti in Dio, difensori della costituzione, della democrazia, della pace e della tranquillità, senza che si interessino a quanti morti, feriti e prigionieri debbano diventare vittime per la difesa del “sistema”. Sanno che alla fine tutto rimarrà impunito”. Durante il regime, decine di giornalisti sono stati aggrediti e incarcerati e tanti mezzi di comunicazione sono stati bloccati. Un giornalista di Radio Globo si lanciò da una finestra per evitare di essere arrestato dalle forze di polizia durante il primo intervento della radio. La giornalista Agustina Flores López, di Radio Liberada fu arrestata mentre trasmetteva il ritorno di Manuel Zeleya. Il giorno seguente al Golpe gli impiegati di Telesur in Honduras furono arrestati e espulsi dal paese insieme ad un fotografo della AP. Stesso intervento ha subito l’emittente Canal 36. Sono state percepite denunce di maltrattamento anche dai lavoratori di Televisa, Gautevisión, Radio Progreso e Radio TV Maya. Fu anche assassinato il gionalista Gabriel Fino Noriega, anche se ancora si sta investigando sul movente del crimine. |
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