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Da Corriere.it
La ragazza: siamo senza lavoro, avevamo fame e freddo. Il pm: l’abitazione è un bene primario
MILANO - In Tribunale, in via Freguglia a Milano, Giuseppe e Simona sono arrivati a piedi, mano nella mano. Lei col pancione, passi lenti, gambe larghe, ai piedi scarpe da ginnastica slacciate. Lui con una mano per sorreggere la compagna affaticata, oramai a un passo dal parto, e con l’altra in avanti a sospingere il passeggino con la figlioletta di due anni appena. Simona di parlare non ne ha voglia, sta male, ha sempre tanta fame e di solito non ha i soldi per la spesa. Lui, invece, per parlare parlerebbe anche, ma siccome ha il labbro leporino e fa una fatica del diavolo a farsi capire, spesso sceglie il silenzio. Terzo piano, aula della settima sezione, la meta del loro lento peregrinare. Sono accusati di occupazione abusiva dell’appartamento di via Ciriè, dove ancora vivono senza permesso. Il fatto è di due anni or sono, quando qualcuno chiama la polizia municipale perché due giovanotti, lei col pancione, hanno appena rotto l’uscio di un appartamento e hanno occupato le stanze. La polizia arriva e trova Giuseppe e Simona, all’epoca 37 e 35 anni.
Hanno una terza media in due, mai avuto un posto fisso, lui è invalido civile e con le 250 euro al mese che prende dallo Stato devono campare tutti. Scrivono ogni cosa, i ghisa, e qualche giorno dopo il Comune fa querela. L’indagine cresce. Ma nel frattempo è nata anche la figlioletta. Pure lei è invalida, ha lo stesso labbro leporino del padre. Dovrebbe essere operata, ma i soldi non ci sono. Passa il tempo, arriva il processo. Il giudice prima di sentenziare ha chiesto di vederli in faccia e di ascoltarli. E allora eccoli qua Giuseppe e Simona, al fianco del loro avvocato di fiducia Raffaella Parisi. È Simona ad essere interrogata. Nessuna scusa, nessuna richiesta di pietà o clemenza. Solo tanta miseria e tanta dignità: «Stavo per partorire — racconta — proprio come oggi... Non avevamo un tetto e faceva tanto freddo, non avevamo i soldi per un affitto o per un locale... Così abbiamo deciso di occupare la casa di via Ciriè 6, per necessità pura signor giudice... se ci dessero una possibilità noi da lì ce ne andremmo anche subito...».
Il giudice ascolta, l’accusa pure. L’avvocato insiste sullo stato di necessità, insiste sull’assenza della precisa circostanza di voler trarre profitto dall’occupazione, elemento caratterizzante del reato, e alla fine lo stesso pm d’udienza chiede che Giuseppe e Simona siano assolti perché il fatto non costituisce reato. «La casa è un bene primario... », risuona per l’aula. E sarà proprio questo principio a guidare il verdetto. Assolti, Giuseppe e Simona. Che piano piano, senza dire una parola, se ne vanno da dove sono venuti, verso la casa occupata. A giorni in famiglia saranno in quattro. «Servirebbe un lavoro per tirare avanti...», bofonchia Simona a testa bassa. Presto dovrà essere processata di nuovo. Sempre per fame, a Cremona, è entrata incinta in un albergo. Ha dormito, ha mangiato e se ne è andata senza pagare.
Biagio Marsiglia
16 novembre 2009
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