Stop War Not People

 

*** VAI ALLO SPECIALE: La guerra globale permanente nel cuore di Parigi ***

           
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[ITA] Stop War. Fermare le guerre e chi le fomenta, inviando armi nei territori di conflitto, sostenendo e finanziando eserciti e mercenari, devastando i territori per le logiche della speculazione e del profitto. Fermare il razzismo, proposto da quegli stessi che, dopo aver devastato e distrutto ogni possibilità di futuro milioni di persone nel mondo, ricacciano indietro quante e quanti da quei luoghi devastati cercano di scappare. Fermare i muri, i respingimenti, la guerra tra poveri, la paura, il capro espiatorio dell’uomo nero venuto a rubare casa, lavoro, identità. Stop war, not people. Accogliere le persone, quelle che scappano perché ogni speranza è stata loro sottratta e quelle che sognano e sperano in qualcosa di migliore, perché se siamo sicuri che le speculazioni finanziarie, le grandi multinazionali delle armi o del petrolio, non potranno mai garantire gli interessi delle popolazioni, siamo però convinti che possa farlo la solidarietà dal basso, l’incontro, la partecipazione collettiva ai territori che scegliamo di abitare.


[ENG] Stop war and those who fuel it, sending weapons in the territories of conflict, supporting and financing armies and mercenaries, devastating territories for the logic of exploitation and profit. Stop racism, proposed by those who, after having devastated and destroyed any possibility of future for millions people around the world, ward off those who tried to run away from those devastated places. Stop the walls, the rejections, the war between poors, the fear, the scapegoat of the black man come to steal home, work, identity. Stop war, not people. Welcome people, those who run because all hope was taken from them and those who dream and hope for something better, because if we are sure that financial speculation, the big corporations of weapons or oil, can never guarantee the interests of populations, we are also convinced that it can do the solidarity from below, the exchange, the collective participation to territories that we choose to live.

COME PARTECIPARE? HOW TO PARTECIPATE?
> Organizzati con i tuoi amici, compagni, vicini di casa: diffondi solidarietà attiva con manifestazioni, raccolte solidali di cibo o vestiti, azioni di denuncia…
> Diffondi il messaggio! usa l’hashtag #StopWarNotPeople e condividi il logo!
> Boicotta le aziende e le istituzioni che supportano guerre e razzismo
> Raccogli dati e condividili! fai inchiesta!
> Prendi parola! Fai un selfie o un piccolo video con l’hashtag #StopWarNotPeople
> Organize yourself with neighborhoods, friends, classmates: spread active solidarity with demonstrations, solidarity collections of food and clothes, actions…
> Spread the message! use the hashtag #StopWarNotPeople and share logo!
> Boycott companies and institutions that support wars and racism
> Collect datas and share them!
> Step in! Make a selfie or a small video with the hashtag #StopWarNotPeople

CONTRIBUTI

Quando vuoi capire il presente chiediti: e il passato?!

 

Finchè c’è guerra c’è speranza [Report del 15/11/2015]
“Sembra incredibile, ma in Italia c’è chi di giorno indossa i panni del fruttivendolo e la notte gioca a fare la guerra. Un filo rosso che parte da un paesino in provincia d’Imperia e arriva fino a dentro i palazzi di Agusta Westland – Finmeccanica. Nell’inchiesta realizzata da Sigfrido Ranucci, un trafficante d’armi svela alcuni dei meccanismi con i quali le armi arrivano nei paesi africani e in Medio Oriente. Il trafficante racconta anche dell’addestramento fatto sotto copertura nello Yemen dai militari italiani, finalizzato a preparare guerriglieri arabi da utilizzare in funzione anti Isis. Finito l’addestramento, però, nel giro di poche ore i combattenti sarebbero passati nelle fila dei terroristi. Dall’inchiesta emerge soprattutto la storia di una struttura clandestina dedita all’arruolamento di contractor e all’addestramento di milizie. Una struttura formata da un ex camionista e rappresentante di aspirapolveri, coinvolto in passato in un traffico d’armi; un fruttivendolo sospettato di essere il punto di riferimento di Michele Zagaria, il più feroce dei capi del clan dei Casalesi; un colonnello dell’aeronautica in congedo; ex membri della legione straniera ed ex carabinieri. Tutti insieme, coordinati da un ex promoter della Mediolanum, avrebbero partecipato, con vari ruoli, a un progetto di addestramento di milizie su richiesta di un somalo che ha vissuto a lungo in Italia. Ufficialmente la finalità dell’addestramento sembra essere quella di formare milizie anti pirateria da utilizzare nei mari adiacenti il corno d’Africa. Ma è così? E perché il somalo utilizza una struttura clandestina invece di quelle ufficiali per realizzare il suo progetto? Sullo sfondo emerge il sospetto e il rischio che queste milizie possano confluire nelle fila delle organizzazioni terroristiche. Dall’inchiesta emerge anche che l’ex promoter della Mediolanum cercherebbe di piazzare in paesi sotto embargo elicotteri prodotti da Finmeccanica – Agusta, su incarico di Andrea Pardi, cioè del manager della società Italiana Elicotteri che si è reso protagonista circa un mese fa dell’incredibile aggressione al nostro inviato Giorgio Mottola. Pardi, per vendere a paesi in conflitto o sotto embargo, si sarebbe fatto aiutare da politici insospettabili.”

 

 


[ITA] Intervista a Cecilia Strada: “Il terrorismo è l’essenza della guerra”

[ITA] La guerra all’ISIS, il ruolo del PKK e la zona autonoma del Rojava

[ITA] L’Italia vende armi ai paesi in guerra

[ENG] DON’T BANK ON THE BOMB! A global report on the financing of nuclear weapons producers

[ITA] Se gli alleati dell’ IS siamo noi

 

SEGNALA UN’INIZIATIVA // INITIATIVE REPORT or READ THE NEWS WE’VE RECIVED

News from:

#Italy

Coordinamento dei Collettivi Studenteschi #Milano #StopWarNotPeople Students Demo against war

Blits against the biggest Italian weapons producer  |  Blitz at the EuropeanUnion base in #Milan and meeting between students and refugees   |


 

DIBATTITI & APPROFONDIMENTI

 

22 ottobre 2015: incontro “AIUTIAMOLI A CASA LORO? Neocolonialismo, Fortezza Europa e guerre in Africa” con Cristiana Fiamingo, h.19.00 @Cs Cantiere

4 novembre 2015: Assemblea Pubblica Studentesca by Coordinamento dei Collettivi Studenteschi

11 novembre 2015: incontro “ESPORTIAMO LA DEMOCRAZIA? Una panoramica sul Medio Oriente e le esperienze di resistenza in Kurdistan e in Palestina” con Jolanda Guardi e Murat Cinar e con collegamenti dalla Palestina, h.19.00 @Cs Cantiere

13 novembre 2015: CORTEO STUDENTESCO, Spezzone Stop War Not People, h.8.30 Piazza Cairoli

20 novembre 2015: incontro “AFRICA, CHI E’ IL CANNIBALE? Lo sfruttamento delle risorse e il consumo del suolo nell’Africa SubSahariana” con Raffaele Masto, h.19.00 @Cs Cantiere
24-25-26 novembre 2015: Statale Antifascista e Antirazzista
Tre giorni di dibattiti su: Conflitti globali e migrazioni, Questioni di genere e Riforme universitarie @Università Statale via Festa del Perdono e via Conservatorio

28 novembre 2015: presentazione del nuovo libro dei Wu Ming “L’INVISIBILE OVUNQUE” sulla Grande Guerra alle h.19.00 e a seguire CONCERTO dei Wu Ming Contingent @Cs Cantiere

12 dicembre 2015: CORTEO CITTADINO, spezzone “Stop war not people”

17 dicembre 2015: presentazione di “Confini e frontiere” di Sandro Mezzadra h.19.00 @Spazio di Mutuo Soccorso, UNIPOP, Piazza Stuparich 18


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APPELLO

Stop War. Fermare la guerra, le guerre. Quelle che si combattono in Libia, Siria, Yemen, Palestina, Rwanda, Ucraina, Mali, Sudan, Sahara occidentale, Afghanistan, Iraq, Kurdistan, Cecenia, Colombia… Quelle guerre combattute per permettere ad alcuni di controllare le risorse di altri, che siano acqua, gas, petrolio, minerali, o i luoghi di transito di queste risorse. Quelle guerre combattute da chi fa profitto devastando i territori, da chi sa che il guadagno si fa con lo shock, con il radere al suolo culture, storie, tradizioni, sterminando popolazioni, cancellando diritti, dignità, speranza, per poi ricostruire in una versione utile ai meccanismi della finanza globale e delle borse. Le guerre combattute perché altri, quelli nati dalla parte giusta del mondo, possano continuare a vivere con standard di consumo insostenibili per il pianeta e per il resto della popolazione mondiale.  Quelle guerre che, in quanto tali, generano povertà, miseria, distruzione; quelle guerre che inquinano i territori di piombo, scorie radioattive e di armi chimiche, che distruggono non solo il presente ma anche ogni possibilità di un futuro che sia solo lontanamente degno e sostenibile. Quelle guerre che le “democrazie occidentali” combattono e finanziano ogni giorno, se si considera che oltre il 50% delle esportazioni mondiali di armi provengono dall’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti, o che il 6% delle armi circolanti in Africa sono di produzione italiana. Per non parlare dei luoghi dove gli eserciti di questi stessi paesi sono o sono stati direttamente impegnati, come in Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia, Mali, Colombia, Siria…
Eppure, quando le persone da quei posti si spostano perché è in rischio la loro vita, o perché il desiderio di profitto della parte “democratica e civilizzata” del mondo è stato così alto da non poter reprimere il desiderio di devastazione e saccheggio di intere aree del pianeta, allora si chiudono le frontiere, si innalzano muri, si creano barriere, si armano nuovi eserciti per difendere l’Europa, gli USA e il loro sistema economico in crisi, da quante e quanti cercano un futuro degno, dopo che ogni possibilità è stata loro sottratta. Si costruisce il mito dell’uomo nero, del migrante o del rifugiato come del “razziatore” o del “infiltrato”, di quello che ruba il lavoro, la casa, le donne, nella peggiore retorica razzista e sessista degna di un altro millennio. Si alimenta la paura, si soffia sul fuoco della guerra tra poveri, si crea un clima di terrore generalizzato. Perché ciò che non ci dicono è che la retorica populista dell’affondare i barconi è utile ad armare nuove operazioni di guerra, ad alimentare un’industria delle armi e delle tecnologie militari che è l’unica (insieme al mercato del lusso) a non essere in crisi, anzi ad aver visto un’impennata di vendite e profitti nell’ultimo decennio. Ciò che non ci dicono è che la divisione tra buoni (i rifugiati) e i cattivi (i cosiddetti “migranti economici”) è ancor più utile al mercato perché permette di speculare meglio su entrambi: sui primi attraverso il business dell’accoglienza, che vede il 90% dei finanziamenti europei e governativi (oltre 200milioni di euro all’anno) finire direttamente nelle tasche di mafie, multinazionali e cooperative, mentre ai rifugiati arriva un misero 10%; sui secondi, perché la “clandestinità” è un’arma utile che permette di tenere sotto ricatto migliaia di persone, facendole lavorare per poco o per niente, senza nessuna garanzia o sicurezza, abbassando così gli standard di diritti per tutte e tutti, migranti e autoctoni. Fermare le guerre, quindi, non le persone. Perché il diritto alla mobilità, all’inseguire un futuro migliore, più degno, è un diritto fondamentale di ogni donna, uomo, bambino, insito nell’essere umano, qualcosa che nessuna recinzione di cemento e filo spinato potrà mai cancellare. Perché chiunque, davanti al furto sistematico delle risorse, alla devastazione economica, sociale ed ambientale di interi territori, cerca soluzioni al di fuori di confini tracciati da altri uomini e da altri poteri. Perché chi prende un treno per superare il confine tra Ungheria e Germania, chi rischia la vita su un barcone nel Mediterraneo, chi attraversa il deserto a piedi, chi scavalca muri a Ceuta o a Melilla, in Grecia, in Ungheria, in Slovenia, non è diverso da chi, meno di un secolo fa, prendeva una nave verso le Americhe o attraversava un lago illegalmente verso la Svizzera, o si spostava verso la Francia, la Germania, i Paesi Bassi. Da chi ancora oggi “va all’estero” (locuzione oggi molto usata per parlare degli italiani senza dire “migranti”) perché in un paese dove alla crisi si è risposto con tagli e privatizzazioni, dove ai giovani viene chiesto di accettare un futuro precario e senza garanzie, in molte e molti scelgono di andarsene, di varcare confini. L’unica differenza sta nel luogo di emissione del passaporto, ma non è una differenza sufficiente. Così, a chi vorrebbe proporci un’Europa delle frontiere interne ed esterne sempre più alte e invalicabili, a chi strilla e sproloquia sul “pericolo migrante”, a chi parla di respingimenti e tetti d’ingresso, rispondiamo che l’unica cosa che non vogliamo sui nostri territori è il razzismo. Che l’unica cosa che vogliamo fermare sono le guerre. Che ciò che vogliamo sono le persone, perché è con e tra le persone che si costruisce solidarietà, che si costruiscono i territori, che si interagisce, che si immagina un futuro possibile per tutte e tutti.


 

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