ShockPress n°15 – Let’s make our Expo!

Let’s make our Expo. Altri mondi sono possibili.

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Expo 2015 è una macchina di immaginario seppure inceppata, in preda alla sua stessa voracità. Dopo aver prodotto tonnellate di cemento e ingoiato miliardi, affronta la sua vera sfida: vendere la devastazione del territorio, la rottamazione dei diritti, la vetrina per le multinazionali agroalimentari come una promessa per il futuro e cancellare dall’orizzonte “altri mondi possibili”. La crisi morde il pianeta e mentre ai confini dell’Europa (in Ucraina in Medio Oriente, in Africa) diventa guerra, qui si traduce in miseria. Nel frattempo chi tiene le redini della macchina finanziaria, chi tira le fila della produzione globale di cibo ed energia, chi detiene sterminati patrimoni immobiliari ha visto aumentare la propria ricchezza e contemporaneamente ha rafforzato la presa sulle vite di miliardi di persone. Oggi la disperazione e la ribellione sono comportamenti gemelli, ma contrapposti. Una falsa promessa serve affinché la rabbia non diventi ribellione, rimanga confinata nel privato e si sfoghi al massimo come disperazione. L’ipocrisia di Expo è quella che vediamo dappertutto.
Una città che volesse guardare al futuro, comincerebbe fermando le mire di speculatori e palazzinari, non sfrattando
migliaia di persone dalle proprie case.
Un paese che volesse uscire dalla miseria rifiuterebbe il debito, promuovendo il reddito di cittadinanza, non
rottamerebbe scuola, sanità, tutele sul lavoro.
Un’Europa che si battesse davvero per nutrire il pianeta fermerebbe le guerre e non le persone ai suoi confini: non avrebbe un cimitero nel mar Mediterraneo.
Un Mediterraneo adatto alla vita sarebbe felicemente meticcio e non pieno di rancori nazionalisti e integralisti.
Un mondo che volesse allontanare l’apocalisse ambientale lo farebbe rovesciando il neoliberismo, non affidando alle
multinazionali l’opportunità di “lavarsi la faccia” con una patina di verde…
Ma sarebbe un altro mondo se scommettessimo che è possibile, non una favola ipocrita. Serve un pensiero globale capace di guardare con complicità alle tantissime lotte del pianeta: per la terra, la libertà, la dignità, l’eguaglianza nei diritti e nelle condizioni materiali. Sarà impossibile senza un agire locale fatto di solidarietà quotidiana che diventa ribellione allo stato di cose presenti, di mutuo soccorso che diventa organizzazione, di rivendicazione che non ha il sapore dell’impotenza ma della forza di chi si batte assieme.

 

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